Egon Schiele: l’artista mistico

Iniziamo a soddisfare alcune vostre richieste e parliamo di Egon Schiele.

Schiele è nato in un paesino dal nome impronunciabile della Bassa Austria il 12 giugno 1890. Pupillo del già analizzato Gustav Klimt, è noto come uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento, ma anche come esponente del primo espressionismo viennese (insieme a un altro artista di cui prima o poi vi parlerò anche se mi inquieta, Oskar Kokoschka).

Autoritratto con alchechengi – 1912

La sua arte si basa essenzialmente su l’intensità espressiva, l’introspezione psicologica e la comunicazione del disagio interiore, prediligendo, come soggetti, uomini e donne che posano nudi.
Sebbene muoia all’età di soli 28 anni, il corpus delle sue opere conta numerosi pezzi, fra cui circa 340 dipinti, poco meno di tre mila fra acquerelli e disegni.

Ragazza con le calze verdi – 1917

Vita e carriera

Dopo aver perso il padre, passa sotto la custodia dello zio che – riconoscendone il talento – lo fa iscrivere all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Come già detto, divenne pupillo del celeberrimo Klimt, che aiuterà il giovane artista procurandogli le modelle da ritrarre e anche contatti con il fervente ambiente artistico viennese.

Sarà grazie a questi contatti che nel 1908 (a soli 18 anni) espone in una personale alcune delle sue opere: questo sarà un trampolino di lancio, da quel momento in poi Schiele divenne conosciuto e stimato non solo in Austria, ma anche in molti altri paesi d’Europa. Il suo stile pittorico provocatorio e in contrasto con la morale predominante gli procurò però anche molta ostilità. In questi anni si lega sentimentalmente alla modella Wally Neuzil.

Egon Schiele, Gli amanti (o “L’abbraccio), 1917

Nel 1912 Schiele fu arrestato per aver sedotto e rapito una minorenne, aggiungendo all’accusa anche l’esposizione di materiale pornografico a minori. Dopo aver trascorso 21 giorni in carcere, alla fine fu giudicato colpevole solo dell’ultima imputazione e liberato. Ma, a scopo dimostrativo, venne pubblicamente bruciato uno dei suoi disegni.

Nel 1914 sposerà la modella Edith Harms, che diventerà da quel momento l’unica musa ispiratrice. La prima guerra mondiale era già in pieno svolgimento, e tre giorni dopo il matrimonio gli fu ordinato di presentarsi per il servizio militare attivo. Fu incaricato di sorvegliare e scortare i prigionieri russi, che iniziò a usare come soggetti per la sua arte.

Egon Schiele, Edith, La moglie dell’artista, 1917

Nel 1918, poco dopo aver esposto alla II mostra della Secessione, Egon ed Edith si ammalarono di febbre spagnola che il 28 ottobre uccise sua moglie, al sesto mese di gravidanza e tre giorni dopo, il 31 ottobre, anche Egon Schiele.

“Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco”.

Egon Schiele

Stile

L’artista è dunque promotore di un nuovo modo di fare arte, con inquadrature inediti di nudi espliciti. Attraverso una distorsione delle figure in cui sensualità ed erotismo si uniscono all’immagine della morte e della malattia, le sue opere danno sfogo ai dubbi esistenziali dell’artista, che così facendo si trasformano in domande poste allo spettatore. Il corpo femminile, soggetto prediletto dall’artista insieme agli autoritratti, è rappresentato in modo asciutto, crudele ed estremamente sensuale. Nelle sue opere rappresenta in qualche modo l’anima tormentata di un’epoca di violenti fermenti.

Noemi Spasari

Le innovazioni di Arturo Martini

La mia vena polemica mi porta a iniziare questo articolo con una lamentela. L’artista di cui parlerò oggi ha segnato un’epoca e ha cambiato e rinnovato il linguaggio della scultura del XX secolo, ma la maggior parte delle persone non sanno neanche di chi si stia parlando. Perché? Perché purtroppo all’arte contemporanea non viene dato il giusto rilievo, come fosse arte di “serie B”, non al livello del grande Michelangelo. Questo per me è un grande errore di giudizio generale.

Arturo Martini

Chi è l’artista di cui vi parlo oggi? Arturo Martini, scultore, pittore, incisore e insegnante.
Nasce a Treviso nel 1889, studia prima alla Scuola della ceramica a Faenza, poi scultura a Treviso, successivamente alla Scuola Libera del Nudo presso l’Accademia di Belle Arti. Nel 1909 si trasferisce a Monaco di Baviera, avendo così modo di entrare a contatto con l’ambiente simbolista e secessionista. Tornato in Italia, conosce Gino Rossi, con cui stringe amicizia, figura fondamentale per la sua crescita artistica. Nel 1908 a Venezia partecipa alla prima edizione delle mostre di Ca’ Pesaro con la piccola scultura il Palloncino. Arriva a Parigi nel 1912 dove approfondisce la conoscenza del cubismo e delle avanguardie, qui frequenta Medardo Rosso e ha modo di conoscere la scultura primitivista di Modigliani ed espone al Salon d’Automne.

A seguito della prima guerra mondiale, a Roma, aderì al gruppo dei Valori plastici. In linea con quanto portato avanti dal gruppo, Martini abbandonò il linearismo di matrice simbolista e indirizzò la sua ricerca verso una semplificazione delle forme e dei volumi. Qualche anno dopo entra a far parte della Secessione Romana ed espone alla Mostra Futurista, mentre nel 1925 è invitato a esporre alla III Biennale Romana e successivamente partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno espone alla prima mostra di Novecento ed esporrà anche nella seconda edizione.

Ma è dalla semplificazione delle forme che nascono i suoi più grandi capolavori, non c’è la sua firma riconoscitiva, come il caso di L’amante morta o Ophelia. Non dimentica mai la tradizione artistica italiana, che continua a studiare, prendendo spunti dalla tradizione etrusca, medievale e del Rinascimento, traducendo tutto in un linguaggio nuovo e personale in cui le figure appaiono sospese in un’atmosfera onirica.

Martini è stato un artista ricchissimo, che si è espresso con altrettanto vigore nel legno e nella pietra, nella creta, nella terracotta e nel bronzo, la sua vasta produzione si distingue per una plasticità sicura e immediata, un’estrema creatività d’invenzione e una totale padronanza di tutti i processi tecnici.

Un artista che segna un nuovo modo di intendere forme e volumi, ma anche l’idea stessa di scultura.

Le donne che hanno cambiato la storia: un progetto di Elena Raimondi

Sono stata contattata da Elena Raimondi che mi ha proposto di collaborare alla diffusione del suo progetto “Le donne che hanno cambiato la storia”. Ovviamente sono stata più che entusiasta di farlo e adesso ve ne parlerò un pochino.

Il progetto nasce dall’ esigenza di valorizzare la figura femminile. Le donne hanno spesso subito ripercussioni di ogni genere e talvolta sono viste come un punto debole per la società, soprattutto dal punto di vista “fisico”: per questo motivo – sottolinea Elena Raimondi – ho pensato di disegnare su teli “pezze“ tipici anni 50/60, usati per il ciclo mestruale , “una sana provocazione“.

Si tratta di teli intrecciati a mano in cotone e lino, che misurano 35-45 cm circa – volutamente usate come tela artistica – che per secoli hanno rappresentato la reclusione, che le donne hanno tenuto nascoste e taciute, così come taciuto e nascosto era il ruolo femminile nella società.

Così ne parla l’artista: Celebrando le donne ho messo in mostra ciò che per secoli è stato celato e così facendo ho denunciato quanto ancora c’è da scardinare in merito al sistema attuale. Molte donne hanno dato, e stanno dando il loro contributo, la loro passione e vita, al cambiamento. Ho reso omaggio a donne di vari settori che hanno contribuito alla storia: Maria Montessori per educazione, Rosa Parks per i diritti civili, Frida Kahlo per l’ arte, Madre Teresa di Calcutta per la religione, Rita Levi Montalcini per la medicina, Gabrielle Chanel per la moda, Anna Frank simbolo della Shoah, Margherita Hack per l’ astrofisica, Lady Diana per la monarchia ed infine Chiara Ferragni per l’ imprenditoria.
Ho cercato di scegliere quelle più coraggiose, ribelli, per campi diversi. Nella loro ricerca dovevano suscitarmi emozioni positive. Le loro storie, mi hanno lasciato un segno di riflessione ed orgoglio. Sono tutte disegnate a mano con pennarelli e china nera, con un tocco di pastello ed acrilico colorato, ho voluto – come è mio stile – evidenziare i tratti del volto , l’espressione, la loro naturale caratteristica , più vera e cruda.

Chi è Elena Raimondi? Classe 1977, nata a Cesena, diplomata come Maestra D’Arte , specializzata nella decorazione nel settore moda. Amante dell’arte da sempre. Inizia a creare sin dall’asilo: “nella pausa pomeridiana della merenda invece di giocare, disegnavo“. Partecipa al suo primo concorso d’arte per ragazzi a 9 anni.
Nel corso della sua carriera artistica – da tecnica mista – ha utilizzato vari mezzi, dai pennarelli, pastelli ed acquerelli, ai colori ad olio, smalti, acrilici, ma anche salsa di pomodoro e caffè.
Il suo obiettivo è di far riflettere attraverso la sua creatività, prende ispirazione da pensieri collettivi, situazioni o storie passate, presenti e future.

Il mio modo di fare arte viene influenzato da tutto, perché l’arte è di tutti ed è in tutto.

Quindi in bocca al lupo, Elena! e grazie!

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Noemi Spasari

La scultura di Gian Lorenzo Bernini

Qualche tempo fa avevamo parlato di Antonio Canova, oggi vi parlo di un grande scultore che per Canova sicuramente fu d’influenza. Parlo ovviamente di Gian Lorenzo Bernini, il principale scultore barocco.
Non solo scultore, ma anche architetto, pittore, scenografo, Gian Lorenzo Bernini – nato a Napoli nel 1598 e morto a Roma nel 1680 – è stato una delle figure fondamentali dell’arte del Seicento europeo. Ardito sperimentatore in una carriera di oltre sessant’anni, fu sempre in grado di innovare e rinnovarsi.

Figlio d’arte, il padre, Pietro Bernini, era un importante pittore e scultore che spinse il figlio a perfezionare il talento artistico, coinvolgendolo nei suoi lavori e guidandolo nelle prime opere.

Gian Lorenzo Bernini, San Lorenzo sulla graticola, 1614

Sempre grazie al padre, Gian Lorenzo entrò in contatto con il suo primo committente: il cardinale fiorentino Maffeo Barberini. Come primo lavoro gli commissionò degli interventi su una delle Pietà incompiute di Michelangelo Buonarroti. La qualità delle opere del Bernini attirò attenzioni da ogni dove, anche quelle di Scipione Caffarelli-Borghese, che ne divenne un entusiasta mecenate, commissionandogli la realizzazione di opere che lo tennero impegnato per diversi anni. A questo periodo si datano alcune delle grandi opere berniniane nelle quali l’artista diede prova della perizia raggiunta nelle sculture: citiamo, ad esempio, Enea, Anchise e Ascanio fuggitivi da Troia (1618-1619), il Ratto di Proserpina (1621-1622), il David (1623-1624) e l’Apollo e Dafne (1622-25), sculture che andarono tutte a ornare la lussuosa villa di Scipione Borghese.

La fama di Bernini era sempre più diffusa, le sue sculture stupivano gli osservatori, estasi diffuse di fronte alle sue opere che sembravano essere morbidi e dinamici, sebbene marmorei.

Come se non bastasse il suo primo committente, Maffeo Barberini, divenne papa con il nome di Urbano VIII nel 1623 e affidò al giovane artista importanti progetti architettonici e urbanistici. Nel 1629 Bernini realizza uno dei grandi capolavori mondiali della scultura-architettura: il Baldacchino di San Pietro, visitabile ancora oggi all’interno della Basilicata.

Morto Urbano VIII, salì al soglio pontificio Innocenzo X, ostile al vecchio papa e anche ai suoi protetti. Fu difficile anche per Bernini trovare commissioni, subendo anche numerose critiche, ma ciò nonostante in questi anni (1647 -1952) realizzò uno dei suoi capolavori: L’estasi di santa Teresa, ospitata nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma.

Baldacchino di San Pietro, 1629
L’estasi di santa Teresa

In più come se tutto questo fosse poca roba, per impressionare e simpatizzarsi il nuovo Papa diede vita a un altro capolavoro, La fontana dei quattro fiumi a Piazza Navona (Roma). Successivamente, Bernini non ebbe difficoltà a vedere riconosciuto il suo talento anche da papa Alessandro VII, salito al soglio pontificio nel 1655.
Il nuovo pontefice affidò a Bernini il compito di trasformare Roma in una città che sorprendesse i visitatori per le sua urbanistica (poca ansia, eh): l’artista riprogettò l’accesso a Piazza del Popolo, realizzò l’Obelisco di Minerva e progettò il Colonnato di piazza San Pietro creando due semicirconferenze che circondano la piazza in un simbolico abbraccio della Chiesa verso i cristiani di tutto il mondo.

Colonnato di piazza San Pietro

Fra gli ultimi lavori realizzati, di grande imponenza, ci fu la realizzazione dei dieci Angeli con i simboli della Passione che decorano il ponte di Castel Sant’Angelo a Roma.

Bernini muore il 28 novembre del 1680.

Noemi Spasari

L’Action Painting di Jackson Pollock

Molto spesso, in riferimento a opere d’arte contemporanea, ho sentito dire “potevo farlo anche io”, in particolar modo con le opere di Jackson Pollock. In questi casi, non potendo strappare guigulari, cerco di mantenere la calma e o ignoro o cerco di spiegare perché “proprio no”.

A parer mio, ma anche di altri il cui parere conta più del mio, l’opera d’arte non è solo quella che possiamo osservare, ma è in realtà l’intero processo di creazione dell’opera. E in questa concezione rientra sicuramente l’opera di Pollock.

Paul Jackson Pollock (1912-1956) è stato uno più importanti pittori degli Stati Uniti ed è considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Action painting. Cresciuto in Wyoming, era il più giovane di 5 fratelli. Studia pittura presso la Manual Arts High School di Los Angeles e poi all’Art Students League di New York. Sebbene viaggi molto negli Stati Uniti, trascorre la maggior parte del tempo a New York, città in cui si stabilisce definitivamente nel 1934. Ed è in quell’anno che Peggy Guggenheim (di cui prima o poi vi parlerò) non solo gli dedica la sua prima personale nella galleria-museo Art of This Century, New York, ma gli offre un contratto che gli permette di dedicarsi esclusivamente alla pittura fino al 1947.
In più, quando nel 1945 sposa con Lee Krasner, la cara e furba Peggy Guggenheim contribuisce a finanziare l’acquisto della loro casa con annesso un fienile, luogo il cui Pollock perfeziona la tecnica del dripping.

Cos’è questa action painting di cui tanto si parla? Consiste nel creare l’opera d’arte lasciando cadere la pittura sulla tela, o lanciandovi contro i colori in maniera apparentemente casuale. L’atto fisico di creazione diventa parte integrante dell’opera. Pollock realizza le sue opere in uno stato di trance, durante il quale a guidare l’atto creativo è l’inconscio, come in una sorta di rituale. Le sue opere alla fine appaiono come un groviglio di colori multiformi, che vengono espressi con un movimento che richiama la danza.

Quella di Pollock non è stata una vita serena: abuso di alcool e psicofarmaci lo porteranno ad avere un incidente a soli 44 anni in cui perderà la vita.

Checché se ne dica, Jackson Pollock è stato un artista rivoluzionario, che si è rivelato essere in grado di sfidare i comuni limiti pittorici, così da andare al di là della tela.

Noemi Spasari

Auguste Renoir: le sperimentazioni artistiche

Un po’ di gioia e ottimismo fanno sempre bene, in questo periodo ancora di più. Così oggi ho pensato di parlarvi di un artista che di energia e gioia di vivere ne aveva in abbondanza, Pierre-Auguste Renoir. Le sue opere sono il riflesso della vita bohemien di fine Ottocento, pervasa da quella gioia di vivere, povertà e amore per l’arte.

Pierre-Auguste Renoir, La Bohémienne

Il pittore francese nasce il 25 febbraio 1841 a Limogesè. La sua formazione artistica inizia nel 1862 frequentando i corsi all’Ecole de Dessin et des Arts Dècoratifs, diretta dallo scultore Callouette. Qui conosce Claude Monet, Bazille e Sisley a cui si lega molto per via di affinità poetiche ed elettive. Bazille presenterà ai compagni Cézanne e Pissarro, dando così vita al nucleo fondamentale del movimento impressionista.

Il gruppo di pittori si distacca dalla tradizione del tempo che era legata al concetto di pittura al chiuso, dentro uno studio, anche quando si trattava di rappresentare un paesaggio, scegliendo dipingere direttamente la natura all’esterno, un metodo poi denominato appunto “en plein air“.

Auguste Renoir, The Painter Le Coeur Hunting in the Forest of Fontainebleau

Tramite un uso nuovo e libero del colore l’artista cerca di suggerirci non solo il senso del movimento, ma addirittura lo stato d’animo collettivo. Forma e colore diventano così un tutt’uno.

La data di nascita dell’impressionismo è generalmente considerata il 15 aprile del 1874, giorno in cui questo gruppo di pittori espose le loro opere nella mostra allestita presso la galleria del fotografo Nadar a Parigi, dando vita a uno scandalo generale.

Pierre-Auguste Renoir, Bal au moulin de la Galette, 1876,

Tra il 1881 e il 1882 Renoir fa un viaggio in Italia, come sognava da lungo tempo, per studiare dal vivo la pittura rinascimentale e così l’incontro con i Maestri italiani avrà un’influenza enorme sul pittore, che si allontanerà dallo stile degli impressionisti. Seguirà così l’intima esigenza di studiare le forme, così da farle apparire modellate, scultoree.

La colazione dei canottieri (Le déjeuner des canotiers) 

In questo periodo Renoir è tormentato da un sentimento di insufficienza, pensando di non saper “né dipingere, né disegnare” (pensate un po’), così Renoir si concentra sulla qualità del disegno. Il pittore comincia a guardare alla vita borghese parigina abolendo i contorni delle forme, i chiaroscuri e approfondendo gli effetti della luce.

Intorno all’inizio del Novecento le sue condizioni di salute vanno peggiorando così come l’artrite alle mani. Renoir continuò a dipingere anche quando, ormai vecchio e colpito da artrite reumatoide fu costretto su un sedia a rotelle. Per realizzare il suo ultimo capolavoro, Le bagnanti (1919), si fece legare il pennello al polso così che non gli cadesse dalla mano ormai malferma. Si spegne il 3 dicembre 1919.

Pierre-Auguste Renoir, Le bagnanti, 1918-1919

Noemi Spasari

Antoni Gaudì, l’architetto di Dio

Sfrutto la consumata scia degli anniversari per parlarvi di un artista che mi affascina molto, il cui lavoro mi ha lasciata assolutamente senza parole.

Antoni Gaudí i Cornet (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) fu architetto spagnolo, massimo esponente del modernismo catalano, il “padre” di alcuni meravigliosi edifici che decorano la città di Barcellona come come il parco Güell, le case Batlló e Milá, la cattedrale della Sagrada Familia, dallo stile inconfondibile, con le loro forme ondulate e plastiche, con rivestimenti colorati in ceramica e decorazioni in ferro battuto. Gaudì realizzò i suoi progetti rifacendosi alle forme della natura, con invenzioni di spazi e decorazioni che avrebbero costituito uno stile unico e irripetibile.

Interno Sagrada Familia – Antoni Gaudì

Il grande architetto nasce a Reus – nella Catalogna meridionale – nel 1852, si trasferisce a Barcellona nel 1869, dove entra in contatto con alcuni esponenti della cosiddetta Renaixença, un movimento culturale e politico che aveva come fine il recupero della lingua e della cultura catalane e la rivendicazione dell’autonomia regionale rispetto al governo castigliano.

Il padre dell’architettura moderna, Le Corbusier (1887-1965) definì Gaudí: “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”. I cittadini di Barcellona lo battezzarono: “architetto di Dio”. Barcellona e Gaudì hanno avuto un rapporto simbiotico: né la città, né il grande artista, potrebbero esistere senza l’altro.

Il suo talento fu chiaro sin da giovane e fu ben chiaro a tutti, tanto che l’industriale catalano Eusebi Güell gli commissionò alcune delle sue opere più importanti: fra queste per esempio il parco Güell a Barcellona, assolutamente suggestivo e bellissimo (da vedere almeno una volta nella vita), un esempio dell’onirismo che caratterizza le opere dell’artista catalano, che sin da subito si mostra maestro nell’arte di inserire motivi simbolici nei suoi lavori, integrandoli perfettamente con l’equilibrio e l’armonia delle forme.

parco Güell a Barcellona -Antoni Gaudì

A soli 31 anni (disperiamoci un po’, che è quasi la mia età), gli viene affidato il cantiere della più famosa di tutte le sue opere, la chiesa della Sagrada Familia il cui nome completo in lingua catalana è Temple Expiatori de la Sagrada Família (Tempio espiatorio della Sacra Famiglia). Questa costruzione è un eterno cantiere, è incompiuta ed oggi è ancora in costruzione dal 1882. Dal 1914 Gaudí si ritira dalla vita pubblica per dedicarsi interamente a quest’opera sacra, decidendo di vivere in una stanzetta nel cantiere e conducendo una vita monacale.

Il 7 giugno del 1926 Antoni Gaudí viene investito da un tram, ma i soccorritori – vedendo il suo aspetto dismesso – lo scambiarono per un vagabondo e lo accompagnarono all’ospedale della Santa Croce, un ospizio per mendicanti. Verrà riconosciuto solo il giorno dopo, quando ormai sarà troppo tardi. Morirà il 10 giugno, oggi riposa nella cripta della Sagrada Famiglia.

Il Parc Güell
Nell’ideazione di questo parco (1900/05), Gaudí esprime al massimo livello la sua abilità di architetto paesaggista: egli sfrutta le pendenze della collinetta su cui viene situato il parco per adattarvi i suoi percorsi, caratterizzati da viadotti, portici, grotte e terrazze. Al centro vi è un piazzale coperto del tempio dorico: uno spazio caratterizzato da 86 colonne doriche che sostengono un soffitto a cupolette, alcune delle quali realizzate in ceramica e cristalli colorati. Sopra il teatro invece si apre la vasta terrazza delimitata da un lungo sedile a forma di serpentina, rivestito in tessere di ceramica dai colori sgargianti (super instagrammabile).

Parco Güell a Barcellona – Antoni Gaudì (particolare)

Casa Batlló (1905-07) è un altro degli edifici più fotografati di Barcellona, si tratta di un piccolo edificio, noto per la caratteristica di cambiare colore a seconda della luce esterna: la facciata ondulata è difatti rivestita in mosaico di ceramica con sfumature dal verde all’azzurro, realizzata per contrastare le aperture regolari di finestre e balconi. La copertura della casa è composta da una torretta asimmetrica e da un tetto curvilineo rivestito da tegole colorate a forma di squame, dando l’impressione di un vero dorso di drago.

Casa Batllò – Antoni Gaudì

La cattedrale della Sagrada Familia
Il progetto a cui Gaudì dedicò gran parte della sua vita senza vederlo completato, si ispirava alle grandi cattedrali gotiche e simbolicamente ripercorreva la vita di Gesù: le tre facciate avrebbero dovuto rappresentare la Natività, la Passione e la Gloria, ma di queste è stata realizzata solo quella della Natività.

Antoni Gaudì – La Sagrada Familia (facciata natività)

Sapevate che lo vorrebbero beatificare? Ebbene sì! Un comitato di 30 ecclesiastici, accademici, designer e architetti han recentemente promosso l’iniziativa di proporre Gaudì per la beatificazione e la canonizzazione.

Che dire, io un giretto a Barcellona vorrei farlo di nuovo!

Noemi Spasari

Gustav Klimt, l’artista aureo

Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la storia dell’arte fu segnata da una secessione (secessionstil in tedesco). Di cosa si tratta? È uno sviluppo di stili artistici che ebbero vita a Monaco di Baviera, Berlino e Vienna, o per meglio intendersi segna la creazione di un’associazione formata da 19 artisti, fra cui pittori e architetti, che si staccarono dall’Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo.

Il loro ideale stava nella “Gesamtkunstwerk” (non so neanche come pronunciarlo), cioè l’opera d’arte totale.

Fra questi Gustav Klimt è stato uno degli artisti più attivi e importanti.

Qualche informazione biografica

Gustav Klimt- Wikipedia

Il caro Gustav nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten, un quartiere di Vienna. Figlio di padre orafo e madre appassionata di musica classica, secondo di sette figli.
Sapevate che di questi sette figli della famiglia Klimt ben tre si dedicarono alla pittura, ma solo Gustav passo alla storia?

Gustav Klimt viene ammesso alla scuola d’arte e mestieri d’Austria a quattordici anni. Il talento del giovane Klimt non passa inosservato e infatti nel 1880 dipinse le quattro allegorie del Palazzo Sturany a Vienna e il soffitto della Kurhaus di Karlsbad e nel 1886 gli viene commissionata la decorazione del cortile del Kunsthistorisches Museu di Vienna. Da qui il suo successo andrà sempre aumentando, così come le richieste di lavori, difatti poté sempre godere di una situazione economica molto stabile (fattore non scontato per gli artisti, sigh).

Il 1892 fu un anno difficile per la famiglia Klimt, vennero a mancare prima il padre e poi uno dei figli, Ernst: il colpo fu duro per il nostro pittore, al punto che decise di interrompere la propria attività artistica per quasi sei anni.

In questo periodo inizia la relazione con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte. Per capire il livello di tradimento, negli anni Novanta del XIX secolo Klimt sarà il padre riconosciuto di almeno quattordici figli.

La Secessione Viennese

Intorno alla fine del secolo nacque il movimento artistico della Secessione Viennese a cui facevamo riferimento all’inizio, Klimt ne fu il presidente.
Gli esponenti di questo movimento culturale avevano come obiettivo la creazione di uno stile che si distaccasse da quello accademico.

Alla prima mostra nel 1898 della Secessione vennero esposte, oltre a quelle di Klimt, le opere di Auguste Rodin, Puvis de Chavannes, Arnold Böcklin, Alfons Mucha e Fernand Khnopff. La seconda mostra inaugurò il Palazzo della Secessione, appositamente progettato da Joseph Maria Olbrich.

Pallade Atena (Pallas Athene) – 1898

Nel 1903 Klimt visita Ravenna e questo segna una tappa importante per lo stile del pittore: infatti, osservando lo sfarzo dei mosaici bizantini, ricchi di oro, il pittore resta profondamente ammirato dallo stile. Klimt era già approdato alla bidimensionalità e al linearismo delle figure con il dipinto “Giuditta I” e i due viaggi a Ravenna non fecero altro che accentuare le scelte dell’artista che già si muovevano in quella direzione. Da quel momento in poi per Klimt l’oro acquista una valenza espressiva sempre maggiore, fino al 1909 con il quadro “Giuditta II”, che segna la fine di questo periodo “aureo”.

La Secessione viennese entra in crisi, così Klimt si avvicina ai cosiddetti Laboratori Viennesi: in questa fase, il pittore abbandona l’eleganza delle linee liberty, per concentrarsi sul colore, che divenne più acceso e vivace.

Al ritorno da un viaggio in Romania, l’11 gennaio 1918, venne colpito da un ictus che lo condurrà alla morte. Klimt si spense il 6 febbraio del 1918 a Neubau.

Cosa ci resta di Klimt?

Il nostro pittore si era formato stilisticamente seguendo canoni di pittura tradizionali, ma seppe presto allontanarsene per avvicinarsi a una pittura più simbolica.
Quel che caratterizzò sempre lo stile di Klimt sono le linee eleganti e morbide, la bidimensionalità delle forme e l’attenzione al colore, nonché la centralità della figura femminile.
Le donne di Klimt sono tratte da personaggi della vita quotidiana, anche nel caso in cui rappresentino figure allegoriche, dai cui volti traspare una forza interiore straordinaria.

Qualche aneddoto e curiosità

Klimt era un inguaribile perfezionista: per completare il ritratto di Elisabeth Bachofen-Echt, figlia di una sua importante mecenate, ci impiego ben tre anni. Elisabeth era costretta a posare per ore. Klimt prendeva degli schizzi della ragazza in diverse pose, senza essere mai soddisfatto. Alla fine disse: “Non le assomiglia per nulla”.
Come dicevamo, Klimt era un gran dongiovanni. Si pensa infatti che fu una delle sue amanti, Mizzi Zimmermann, all’epoca incinta, a fornirgli l’ispirazione per il motivo della donna in gravidanza, ricorrente nei suoi lavori.
Autocelebrativo e quasi per niente interessato agli altri artisti, pronunciò un’iconica affermazione che riassume il suo pensiero: “Esistono solo due pittori: Velázquez e io“.

Noemi Spasari

Joan Mirò, l’artista sperimentatore

Quanti di voi guardando un’opera di un artista contemporaneo hanno pensato “ma che roba è?”.

L’arte contemporanea è l’arte più difficile da comprendere da alcuni punti di vista, ma da altri è molto semplice. Per alcuni artisti basta capire chi sono e cercare la loro prospettiva per aprirsi al loro mondo. Uno di questi, a parer mio, è Joan Mirò, che amo profondamente (tanto da dare il suo nome al mio cagnolino).

L’artista

Joan Mirò i Ferrà è stato un artista poliedrico: pittore, ceramista, disegnatore, incisore e scultore.
Nacque a Barcellona il 20 aprile 1893 (sì, avrei potuto aspettare la ricorrenza del suo compleanno per questo articolo, ma ormai è andata) ed è noto per essere uno dei maggiori esponenti del surrealismo.

Il disegno lo conquista sin da bambino, continuando con gli studi d’arte come “hobby”, per poi dedicarsi completamente alla pittura.

Nella sua Barcellona frequenta l’Accademia Galí fino al 1915, passando poi al Circolo Artistico di Sant Lluc. A ventitrè anni prende in affitto uno studio ed entra in contatto con diverse personalità del mondo dell’arte: sarà in questi anni che il giovane Joan conoscerà il fauvismo e terrà la sua prima esposizione personale alle Galeries Dalmau nel 1918.

Ma sono gli anni Venti e le discussioni d’arte si tengono a Parigi, così anche Mirò decide di partire attratto dalla comunità artistica che era solita riunirsi a Montparnasse (anche oggi in quel quartiere si respira l’aurea magica di quegli anni).

Mirò. Il Carnevale di Arlecchino, 1924-1925. Tecnica: olio su tela, 66 x 90,5 cm. Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York

Sapete chi c’era anche in quello stesso periodo a Parigi? Artisti come Picasso, il circolo dadaista di Tzara, ma anche Hemingway e Henry Miller (citerei anche Modigliani, anche se morì proprio nel ’20 a Parigi).

Già in questo periodo inizia a delinearsi il suo stile originale, inizialmente influenzato dai dadaisti, avvicinandosi poi al surrealismo.

Data importante (sempre secondo me) è il 1925 quando collabora con Max Ernst per la scenografia del balletto Romeo e Giulietta (se dico nomi che non conoscete fatemelo sapere, infondo all’articolo c’è una sezione per i commenti).

Romeo and Juliet Costume Design, 1926 by Joan Miro
https://www.joan-miro.net/romeo-and-juliet-costume-design.jsp

Il caro Joan oltre l’arte conosce anche l’amore e nel 1929 sposa Pilar Juncosa a Palma di Maiorca con cui avrà una figlia, Maria Dolores.

Inizia in questi anni la sua sperimentazione artistica con litografie, acquaforte, scultura, vetro, etc. A partire dagli anni Quaranta, Joan Mirò vive stabilmente a Maiorca (terra d’origine di sua madre) o a Montroig.

Fu uno dei più radicali teorici del surrealismo, tanto che André Breton (che era il fondatore di questa corrente artistica) lo descriveva come “il più surrealista di tutti noi”: in numerosi scritti e interviste espresse il suo profondo disprezzo per la pittura convenzionale e il desiderio di “ucciderla” o “massacrarla” al fine di arrivare a nuovi mezzi di espressione.
Successivamente abbandona anche il percorso surrealista, per dedicarsi a disegni primitivi.

Nel 1941 si tiene la sua prima grande retrospettiva al Museum of Modern Art di New York: amato da critici, storici e appassionati, verrà giudicato come uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea.

Miró. Figure di Notte guidate da tracce fosforescenti di lumache, dalla serie Costellazioni, 1940. Tecnica: Acquerello e Gouache su Carta, 37,9 x 45,7 cm. Filadelfia, Philadelphia Museum of Art

Negli anni successivi si susseguono grande fama e riconoscimenti (come premio per la grafica alla Biennale di Venezia e il Premio Internazionale Guggenheim), viaggiò molto ed ebbe numerose occasioni di esporre la sua arte, sia in collettive sia in personali; si dedica nuovamente alla scenografia teatrale e alle sculture per la città di Barcellona.

Nel 1972 fonda la Fundació Joan Miró a Barcellona, oggi un museo (bellissimo) che colleziona gran parte delle opere dell’artista. Negli ultimi anni della sua vita si dedica alle idee più radicali e quadrimensionali.

Muore il giorno di Natale, a novant’anni.

L’arte di Joan Mirò
È stato un artista particolarmente prolifico, poliedrico e fra i più influenti dello scorso secolo. Mirò ha avuto la capacità di sviluppare un linguaggio visivo assolutamente unico, distinguendosi per la sua voglia di sperimentazione.

Picasso una volta disse una cosa tipo “tutti i bambini nascono artisti, il problema è come rimanere artisti una volta cresciuti”. Mirò è uno di quegli artisti che ha capito come fare.

La sua arte è fresca e infantile, primitiva. Era solito celebrare il suo inconscio attraverso i colori della tavolozza, al punto da diventare un tutt’uno pittore-tela.

La grande sperimentazione che lo caratterizza produrrà un forte impatto in America, con movimenti rivoluzionari che porteranno all’action painting di Pollock, al Living Theatre (di cui spero di parlarvi presto) e agli Happening (momento di commozione).

L’arte di Mirò è una continua creazione di microcosmi, atomi, spirali, occhi, sfere, una simbologia dell’universo e dell’uomo.

Mirò danzava con la fantasia, esprimendo con i suoi colori emozioni primitive e profonde, note anarchiche di un alfabeto poetico.

Foto in evidenza: https://www.joan-miro.net/biography.jsp

@Noemi Spasari, 2021

The GrandMother of Performance Marina Abramović

Se parliamo di performance art, quella corrente artistica che consiste in un’esperienza effimera e autentica sia per gli artisti che per il pubblico, un evento irripetibile e unico, il pensiero immediato va a Lei, la regina di questa arte: Marina Abramović. Lei stessa si è autodefinita la «nonna della performance art», per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico. Con il suo lavoro esplora le relazioni tra l’artista e il pubblico, mettendo in contrasto i limiti del corpo e le possibilità della mente.

Chi è Marina Abramović?
Nata a Belgrado nel 1946, è un’artista serba, naturalizzata statunitense, i genitori erano partigiani della Seconda Guerra Mondiale, mentre suo nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serba, fu addirittura proclamato santo!

Pensate che ricevette la sua prima lezione d’arte proprio dal padre all’età di 14 anni, quando chiese al genitore di comprarle dei colori: il padre arrivò con un amico con il quale iniziò a tagliare a caso un pezzo di tela, gettandovi sopra materiali e colori vari.

Studia prima all’Accademia di Belle Arti di Belgrado, poi a quella di Zagabria. In questi anni comincia a usare il corpo come strumento artistico e a dedicarsi al suono e all’arte performativa.

Nel 1973 porta in vita la sua prima performance Rhythm 10 al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Borghese a Roma, in cui esplora elementi di ritualità gestuale.

Usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello).

L’anno successivo presenta Rhythm 0 allo studio Morra a Napoli, qui l’Abramović si presenta al pubblico posando sul tavolo diversi strumenti di “piacere” e “dolore”; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l’artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti con qualsiasi volontà.

rhythm 0

Nel ’76 un incontro cambia e segna la sua vita: ad Amsterdam conosce il performer tedesco Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay. Entrambi nati il 30 novembre, sembravano essere destinati a conoscersi.

Fra loro nacque subito una forte intesa sentimentale e artistica, dando vita insieme a una serie di opere performative, segnando anni di amore e arte, un sentimento unico e indescrivibile.

Insieme realizzano la serie di opere Relation Works e hanno ideato il manifesto Art Vital, che definisce la direzione della loro pratica artistica. Tra le loro realizzazioni più note cito la performance Imponderabilia, tenuta presso la Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna: i due artisti, completamente nudi, erano posizionati l’uno di fronte all’altra all’ingresso di un passaggio molto stretto attraverso cui gli spettatori dovevano passare se volevano visitare il museo. Questa performance fu considerata scandalosa e fu interrotta dopo alcune ore dalle forze dell’ordine.

Il loro sodalizio artistico e affettivo prosegue per anni, fino al 1988. Due artisti del genere non potevano lasciarsi come due “persone normali”: la fine della loro relazione fu segnata da una performance, The Lovers. Intraprendendo una sorta di viaggio spirituale, i due hanno percorso, in solitaria, metà della Grande Muraglia Cinese, partendo dalle due estremità e incontrandosi a metà di essa.

Marina continua a viaggiare e a proporre nuove performance e ha “diffuso” il suo percorso artistico per aiutare le persone a entrare in contatto con la parte più profonda di sé stessi.

Nel 2010 al MoMA di New York presenta una delle sue opere più complesse The artisti is present che in tre mesi ha ripercorso le tappe della sua storia artistica, riportate in vita da performer “addestrati” da lei. In questi tre mesi l’artista sceglie di sedere immobile e in silenzio davanti a un tavolo per sette ore al giorno, a incontrare gli sguardi del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicina lentamente e le si siede di fronte, per tutto il tempo che ritiene necessario.

moma.org

Chi non ha visto l’immagine di lei e Ulay toccarsi le mani e piangere seduti a quel tavolo? Ebbene, Ulay fu un visitatore inaspettato, l’artista alla sua vista non ha resistito e ha “infranto” le regole della performance spingendosi in avanti e stringendo le mani all’uomo che ha segnato una parte fondamentale della sua vita.

Il “Metodo Abramović” ha avuto luogo a Milano presso il PAC di via Palestro, parteciparono tantissimi sostenitori nel mondo dell’arte fra cui Lady Gaga. La performance consisteva nell’entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà.

Non stupisce sapere che Marina ha già preparato la sua ultima performance: GrandMother Of Performance avverrà solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare e ciascuna sarà mandata in una delle tre città che hanno segnato la sua vita, quindi Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno potrà saperlo.

Un’artista unica, che ha segnato il mondo dell’arte.

@Noemi Spasari, 2021