Che forma aveva il teatro nell’antica Grecia?

Mentre pochi giorni fa sui nostri canali social veniva pubblicata una serie di video sulla storia del teatro, abbiamo pensato di scrivere di com’era fatto il teatro antico. Oggi abbiamo l’opportunità di fare un vero e proprio tuffo nel passato grazie alle iniziative che si svolgono soprattutto in Sicilia, il caso più famoso è sicuramente Siracusa[1].

Assistere a una rappresentazione di un’opera antica all’interno del suo scenario originario ci fa sicuramente capire come funzionava la macchina teatrale ma per chi non avesse questa possibilità, cerchiamo di ricostruirlo insieme, ovviamente attraverso l’archeologia!

Innanzi tutto il teatro, nel mondo antico di cultura “occidentale”, era un edificio all’aperto, con coperture mobili studiate per riparare gli spettatori dal sole o dalle intemperie, ma che erano fatte di legno e di stoffe e quindi purtroppo non sono giunte fino ai giorni nostri… questi sono i limiti dell’archeologia!

La canonizzazione della sua forma semicircolare è avvenuta circa nel V secolo a. C.[2], così come da subito sono state definite le sue strutture principali, che sono tre:

  • La cavea, in greco koilon, è il settore semicircolare su cui sono disposte le gradinate con i sedili per gli spettatori. Dato che i greci erano degli architetti non solo capacissimi ma anche furbi, spesso sfruttavano la pendenza di una collina su cui appoggiavano questa struttura. Questo espediente permetteva anche di sfruttare un effetto sonoro naturale che amplificava la voce degli attori. Ricordiamoci che non esistevano i microfoni!
  • La scena, in greco skené, è lo scenario, appunto, che gli spettatori si trovano di fronte, osservando dal loro sedile. Ha la forma che ricorda la facciata di un edificio, decorata con colonne, statue e nicchie, diventando da semplice costruzione in legno, una struttura sempre più complessa. Ma aveva anche una funziona pratica: serviva infatti agli attori come “camerino”, per cambiarsi senza essere visti.
  • L’orchestra, dal verbo orkeomai, che significa ballare, era il luogo in cui il coro si esibiva in canti e danze in onore delle divinità, posto tra la cavea e la scena, di forma circolare.

Nel corso del tempo, cambiano però le usanze e i modi di esibirsi, e quando il coro diventa meno importante dell’esibizione dei singoli attori, ecco che si sviluppa il proskenion, cioè il palco dove appunto si collocavano gli attori. Alla skené e alla cavea si accedeva attraverso due corridoi laterali, chiamati parodoi.

Nel mondo antico la religione era fortemente connessa con la vita quotidiana e le feste religiose erano celebrate non solo da tutta la cittadinanza ma anche a livello del governo della città-stato. Naturalmente centro propulsore di cultura nel mondo greco antico è Atene, che per prima abbina gli spettacoli al culto in queste particolari occasioni. Per un ateniese andare a teatro era un atto sentito, appassionato, faceva parte del suo senso di comunità… cosa che oggi, ahimè, si ritrova solo allo stadio di calcio!

Ovviamente non si tratta solo di Atene ma in generale di tutto il mondo greco, magnogreco e poi romano. Non serve specificare quanto i romani amassero lo spettacolo dal vivo e l’intrattenimento, anche se “a modo loro”, dedicandosi più alle venationes, gli spettacoli di lotte, che al teatro primigenio, come dimostra la famosa locuzione del poeta Giovenale, Panem et Circenses.

Ma siamo qui a parlarne perché l’archeologia ci ha permesso di vedere alcune bellissime testimonianze del passato, come il già citato Teatro greco di Siracusa, quello di Dioniso ad Atene o i molti magnifici edifici sparsi nelle colonie dell’Asia, come Efeso, Mileto, Ierapoli, ecc.

Chiaramente in questa sede ne prenderemo solo alcuni, per dare un’occhiata insieme a quanto rimane.

Partiamo dalle origini, Atene. Il Teatro di Dioniso, posto in prossimità dell’acropoli, fu il più famoso del mondo greco di V e IV secolo a.C. Qui avvennero le rappresentazioni dei grandi tragediografi e commediografi, quali Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane, e molti altri. Era un edificio veramente imponente, costruito sfruttando le pendici della stessa acropoli, probabilmente con molte parti in legno come i sedili e la skené originaria. Sulla base di quanto rimane oggi si può ipotizzare che contenesse circa 15.000 spettatori! In seguito fu arricchito con il palcoscenico, gradinate suddivise a seconda del prestigio degli spettatori e strutture in marmo; fu aggiunto anche un sontuoso sedile decorato per il Sacerdote di Dioniso (indizio del potere sociale e politico che queste figure sacerdotali rivestivano).

Avete mai sentito l’”espressione deus ex machina”? Il significato è quello di un’apparizione che serve a risolvere un qualche problema e deriva proprio dal teatro greco. Infatti, esisteva una “macchina” per “far apparire gli dei”, formata da una specie di gru che sollevava l’attore che impersonava il dio su un pedana rialzata, con un effetto speciale molto d’impatto: il dio in questione interveniva solitamente per risolvere il conflitto centrale della trama o in aiuto dell’eroe. In questo teatro doveva essere posta probabilmente ai margini dell’orchestra.

Non posso non parlare del teatro siciliano per eccellenza, quindi delle colonie greche d’Occidente: Siracusa.

Devo precisare che l’archeologia spesso fatica a farci vedere gli impianti più antichi delle strutture, perché se sono oggetto di interventi di ristrutturazione che si collocano al di sopra di parti di edificio precedenti, non possiamo certo smontare tutto per vedere se e cosa rimane sotto! Come nel caso dei nostri due teatri, molto di quello che vediamo oggi è il risultato dei rimaneggiamenti romani. Ma ci accontentiamo! Abbiamo notizie dalle fonti scritte di un teatro a Siracusa già nel V secolo a.C. Quella che vediamo oggi è però la forma ellenistica, vale a dire il risultato delle ristrutturazioni avvenute nel III secolo a.C. Anche in questo caso è costruito sfruttando la pendenza naturale del colle Temenide, che crea un’acustica veramente impressionante.

Caratteristiche specifiche del teatro siracusano sono sicuramente la grandezza: la cavea era tra le più grandi del mondo greco, con 138,60 metri di diametro e ben 67 file di sedili a gradinata. Sulla recinsione dell’orchestra sono state ritrovate incisioni con nomi di divinità e della famiglia regnante, quella di Gerone II, uno dei più famosi tiranni[3] della Sicilia antica. La skené è purtroppo andata completamente distrutta nel corso dei secoli ma possiamo farci un’idea della sua bellezza da alcuni reperti conservati nel museo archeologico della città, intitolato a Paolo Orsi, un grande archeologo del Sud Italia.

Tutti i teatri antichi cercavano anche di sfruttare una scenografia naturale, il paesaggio circostante: immaginate il teatro di Dioniso, circondato dai magnifici edifici dell’Acropoli di Atene o a Siracusa, la vista del porto e dell’Isola di Ortigia.

È notevole notare che al livello superiore del teatro sono state rinvenute tracce di una struttura scavata nella roccia e connessa con l’acquedotto e un sistema di deflusso delle acque. Edifici di questo tipo con nicchie per statue e tracce di decorazioni architettoniche sono diffusi nel mondo antico come sedi del culto delle Muse. E si sa che le Muse sono tutelari delle arti e quindi la loro collocazione nei pressi del teatro calza a pennello!

Vi invito a fare un esercizio di immaginazione: la prossima volta che visitate un sito archeologico che conserva un teatro antico provate a pensare a come doveva essere in un giorno di festa, pieno di gente che non vedeva l’ora di assistere all’Antigone, al Prometeo, ai Sette contro Tebe, con i personaggi illustri che prendono posto sui sedili principali e gli attori che entrano in scena.


[1] Il programma è sul sito dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico – Fondazione Onlus https://www.indafondazione.org/

[2] Per chi non fosse pratico con il conteggio degli anni “a ritroso”, è doveroso specificare che i secoli prima della nascita di Cristo si contano “al contrario”, proprio a partire dallo 0, quindi il I secolo a.C. sarà l’intervallo di anni che va dall’anno 1 al 100 e così via, quindi per V sec. a.C. si intende l’arco di tempo compreso tra il 401 e il 500.

[3] Il termine Tiranno nell’antichità non aveva il concetto negativo che gli si attribuisce oggi. Era praticamente un re con pieni poteri militari. Il termine non indica necessariamente che fosse crudele con i suoi cittadini.

Provaci ancora Hollywood!

Dato che pochi giorni fa ci sono state le premiazioni della notte degli Oscar, abbiamo voluto trattare dell’argomento film, naturalmente ambientanti nel mondo antico, anche in questo nostro spazio dedicato all’archeologia.

Non so voi ma io, quando sento parlare del prossimo arrivo di una grande produzione cinematografica a tema storico, provo sempre sentimenti molto contrastanti. Da una parte attendo con trepidazione di vedere le meraviglie che la tecnologia moderna può fare in quanto a ricostruzioni di paesaggi e monumenti perduti, ambientazioni, costumi, battaglie… dall’altra, beh, vengo pervasa da un certo brivido lungo la schiena al pensiero di vedere un altro orologio spuntare al braccio di un qualche togato.

Mi domando perché in questi colossal multimilionari, non si possa mettere in budget uno storico decente o un archeologo, magari anche, addirittura, più di uno, e ascoltare quello che suggeriscono! Non dico che sia tutto brutto e cattivo eh, ci sono vari livelli alla mia indignazione. Vediamo insieme alcuni casi esemplari; attenzione, sono presenti spoiler.

Questa mia breve rassegna non ha la pretesa di essere esauriente sull’argomento, naturalmente, ma è solo un modo di porre l’attenzione su alcuni grandi film conosciuti da tutti, a vari livelli di attenzione storica.

Forse in una classifica dei “The worst of”, al peggio del peggio, metterei Troy, sì quello con Brad Pitt. Quanta fatica dei poveri insegnanti che tentano di spiegare l’epica e la letteratura greca mandata in fumo in 162 minuti! Dal punto di vista di una che ha passato lunghi anni della sua vita a studiare Omero in greco, non salvo praticamente niente, forse solo la scelta degli attori.

Fare la lista degli orrori occuperebbe tutta la giornata a voi e a me, ma vi cito solo alcune delle cose che mi hanno fatto sobbalzare dalla sedia: Menelao viene ucciso da Ettore. What? Questo non solo non succede, ma mi sballa tutta la trama di questa e di molte altre opere successive, perchè cari miei sceneggiatori, Menelao non solo è sano e salvo, ma si riporta pure a casa la moglie fedifraga, Elena!

Ma andiamo avanti: non ci sono Dei. Cosa? Mentre lo guardavo pensavo “adesso spunta Atena”, “ecco Afrodite”. Ma niente, non sono arrivate. Delusione maxima. Peccato, gli dèi sono solo il filo conduttore dell’intera trama, sono loro che in realtà scatenano questa guerra, sono loro che ne determinano le sorti, ma qui li hanno ritenuti particolari irrilevanti. Achille sarà invulnerabile per scie chimiche, alieni o roba simile, mica per essere stato immerso nello Stige dalla madre, ehm, una dea. Già…

Sugli attori, come dicevo, hanno fatto le scelte giuste, perché Achille-Pitt ci sta bene, biondo era biondo, fisicato era fisicato; così anche Ettore, Eric Bana, tutt’altra immagine ma adeguata secondo me a rendere l’idea di un valoroso principe troiano, grande guerriero; non proprio come suo fratello Paride, Orlando Bloom, che non è proprio un macho, e va bene perché non è un guerriero possente, di quelli ritenuti di valore nel mondo greco, bensì un arciere, strumento considerato “vile”, perché attacca da lontano e non affronta il nemico corpo a corpo; Menelao e Agamennone resi bene da bruti, quali erano, approvo; e amo e adoro Sean Bean, Odisseo; Elena, bellissima, bionda, che le devi dire?

In uno dei prossimi articoli la mia collega Mia parlerà in modo più puntuale di riadattamenti cinematografici o televisivi della vicenda di Troia, ovviamente con il suo occhio orientalista! Sarà molto interessante guardare la stessa cosa ma da un punto di vista diverso da quello “greco”, quindi, stay tuned!

Devo quasi per forza citare Alexander, facile intuirne il protagonista, uno dei miei grandi amori: alla domanda sull’uomo dei sogni, le altre ragazzine di fine anni ’90 rispondevano Johnny Depp o Nick Carter, io dicevo Alessandro Magno! Definito dal suo stesso regista Oliver Stone “film storico”, ma sarà vero? Diciamo che gli americani non l’hanno molto apprezzato e questo forse è già un buon segno! A parte papiri e pergamene con testi in latino o addirittura in inglese (ma seriamente?) e i chiari problemi nella realizzazione dei costumi, oserei affermare che tutti questi uomini biondi e con gli occhi azzurri non sono verosimili in Grecia e Vicino Oriente… tralascio il terribile tentativo di replicare in inglese un accento straniero, che non so se fosse greco, ma so che infastidirà anche voi, se guarderete il film in lingua originale.

Concludo con il tocco di classe, la citazione dell’Eneide all’inizio del film “la fortuna aiuta gli audaci“, una chicca proprio… Se pensavano di aver avuto una buona idea, mi dispiace deluderli ma non è così: Virgilio, nacque circa tre secoli dopo il nostro Alessandro. Anche qui, bastava chiedere a uno studente del liceo classico per far di meglio. Mi chiedo se sapessero da dove è tratta quella citazione…

Ma in questa brevissima rassegna non posso esimermi dal citare Il Gladiatore. Voglio premettere che ho versato tutte le mie lacrime per Massimo Decimo Meridio e che da dopo quel film, Luca Ward (il doppiatore italiano) potrebbe fare anche una pubblicità del dentifricio e io comunque avrei un fremito. Tuttavia, continuo a chiedermi perché si ostinino a uccidere gente che in realtà non muore affatto! In questo caso il buon Marco Aurelio, che non è stato ucciso dal figlio Commodo, ma – caso raro tra quelli come lui- muore di malattia.

Probabilmente questo gesto aggiunge crudeltà al già crudele figlio dell’Imperatore ma non è così che sono andate le cose. Cito en passant che il soprannome “Ispanico” si riferisce a una Spagna che come stato non esiste, essendo parte dell’Impero, e che al celeberrimo “Scatenate l’inferno”, direi quale Inferno?

Essendo un concetto cristiano, semmai poteva esserci un riferimento all’Ade. Ah, un occhio attento potrebbe aver notato anche l’utilizzo in alcune scene della balestra, arma inventata nel Medioevo e quindi un po’ anacronistica, così come il velenosissimo serpente corallo, liberato durante una scena di lotta, che però vive in America Centrale, e qua siamo ben prima delle tre caravelle! Ma, tutto sommato, ci posso passare sopra.

Ultimo particolare, il finale: si cercava una chiusura a effetto, anche se l’incontro nell’aldilà con la famiglia per me bastava, ma no, dovevamo avere una bella visione aerea di Roma dal Colosseo e guarda guarda, ecco uno specchio d’acqua proprio alle sue spalle. Ma che cos’è? Se è il Tevere deve essersi spostato parecchio nel corso dei secoli perchè oggi non è proprio lì accanto. Alcuni hanno ipotizzato che si tratti del lago della Domus Aurea, che venne però prosciugato proprio per costruire l’Anfiteatro Flavio… giusto, si chiamava così. Il nome Colosseo deriva da una, appunto, colossale statua dorata di uno dei precedenti imperatori, Nerone, che si trovava in quel luogo e che il costruttore dell’anfiteatro Flavio, Vespasiano, decise di lasciare intatta, modificandone solo i tratti somatici, per rendere più a sua immagine e somiglianza. 

Ultima nota è sul famoso gesto dell’imperatore che può salvare le vite dei gladiatori nell’arena col “pollice all’insù”. In realtà è possibile che il gesto significasse l’esatto opposto di quello che intendiamo noi oggi e con il pollice verso si avesse salva la vita, ma è proprio un dettaglio, che posso assolutamente perdonare.

Questi sono solo i primi tre esempi che mi vengono in mente ma fiumi di inchiostro potrebbero essere versati. Ora, cari produttori hollywoodiani, se vi servisse una mano in futuro, io e tanti miei colleghi laureati in archeologia e in storia siamo sempre a vostra disposizione, costiamo poco e siamo bravi! Chiamateci!

Tanya Spasari

A tavola con i romani

Non so voi, ma io quando viaggio amo provare il cibo locale dei posti che visito perché penso che il cibo e il modo in cui viene preparato dica molto di quella popolazione.

Parlando di archeologia e popoli antichi, vi siete mai chiesti come mangiavano, per esempio, i Romani?
Da film e documentari abbiamo sempre la visione di grandi banchetti con uomini sdraiati che bevono vino, ma… cosa stanno mangiando? Quali sono i piatti della loro dieta?

Per prima cosa dobbiamo stravolgere il concetto a cui siamo abituati di “dieta mediterranea” perchè in realtà ha ben poco di mediterraneo e la maggior parte dei suoi alimenti di base provengono da molto lontano. Al tempo dell’impero romano non si conosceva il pomodoro, la patata, il caffè, il cacao, quasi tutti gli agrumi, non si estraeva lo zucchero. Non oso immaginare un mondo in cui non posso bere il mio caffè la mattina appena sveglia!

Nonostante questo i romani, come sempre, se la cavavano bene. Dalla Grecia avevano importato la vite, l’ulivo, il melograno, lo zafferano; dai commerci con l’Asia sono arrivati nel mondo romano il ciliegio, l’albicocco, il pistacchio e altra frutta secca; dall’Africa il melone.

Affreschi con immagini di fichi e melagrane dalla Villa
di Poppea ad Oplontis.
Le foto sono tratte dal profilo Instagram del Parco Archeologico
di Pompei

C’è da dire che gli ingegneri e gli architetti romani sono stati dei geni nella progettazione dei terreni agricoli, strutturati in modo tale da poter essere sfruttati al meglio. Inoltre, avevano ideato dei sistemi di irrigazione fenomenali, i monumentali acquedotti che portavano acqua ai campi e alle città. Erano degli ottimi allevatori: di maiali per la carne (anche loro del maiale non buttavano via niente e riuscivano a impiegare ogni parte per diversi usi), di volatili per le uova, di ovini per i formaggi, di cui erano produttori veramente eccezionali. Allevavano anche pesci e molluschi, i buongustai romani.
Avevano studiato anche dei modi veramente efficaci per la conservazione e trasporto dei cibi, che venivano essiccati, affumicati, immersi in salamoia, e che quindi si diffondevano per tutto il vastissimo impero.

Ma quali erano quindi le loro abitudini alimentari? Non così diverse dalle nostre: 3 pasti al giorno e qualche spuntino! La colazione era a base di pane, formaggio e frutta secca ma non disdegnavano anche qualche biscotto. Il pranzo, appunto da prandium, era un pasto veloce, fatto di cibo freddo, focacce e formaggi, mentre la cena era il pasto principale e, come accade anche oggi, era un momento di incontro con gli altri componenti della famiglia o l’occasione per vedere amici e parenti.

Anche nel mondo romano esistevano pasti che si svolgevano in modo diverso e più sontuoso a seconda delle occasioni: compleanni, ricorrenze speciali quali ad esempio matrimoni e anche funerali. In occasione delle feste religiose si sacrificavano agli dei grandi e piccoli animali e le loro carni venivano poi in parte distribuite tra i partecipanti al rito.
Il pasto condiviso era lento, fatto di antipasti, ricchi secondi e dolci, pieno di chiacchiere e brindisi, un po’ come accade oggi nelle grandi cene con mille parenti al sud Italia! Gli antipasti si componevano di uova, olive, verdure, poi si mangiavano polente, sformati, carne e pesce e infine si concludeva con dolci e frutta, fresca e secca, tutto accompagnato da vino, ovviamente. 

Ciotola contenente resti di uova, proveniente dagli scavi di Pompei e conservata al Museo Nazionale di Napoli
Foto dalla pagina facebook “ArcheoRicette”

Sicuramente la base della dieta era costituita da tre alimenti: il pane di frumento, il vino e l’olio d’oliva. Uno degli assi portanti dell’alimentazione romana era però costituito dai legumi; grande importanza avevano le verdure. In un primo tempo il cereale principale era stato il farro, sostituito dal frumento nel II secolo a.C.: da questo momento prende piede l’uso del pane, realizzato in tante tipologie diverse, con l’aggiunta di semi e aromi, di varie forme e dimensioni.

Qualche mese fa, il magnifico Alberto Angela, diffonde la notizia di un incredibile episodio: nel 2018, durante le riprese per il suo altrettanto magnifico programma di divulgazione, nota nei magazzini del Museo Archeologico di Napoli uno strano reperto. Lo analizzano gli esperti e scoprono che si tratta di una bottiglia di vetro proveniente dagli scavi di Pompei, che conserva resti di olio d’oliva, precisamente l’olio di oliva più antico del mondo! Pensate che emozione!
Dietro, una forma di pane, rinvenuta in uno stato di conservazione talmente perfetto che sembra solo che sia stata dimenticata troppo nel forno…
La foto è tratta dalla pagina facebook di Alberto Angela

Ma sapete cos’altro si faceva con il frumento? La pasta, non secca come la nostra, ma nella forma fresca, che si cuoceva poi probabilmente in brodo o al forno. La pasticceria era molto raffinata, dolci si potevano trovare sia come “cibo da strada” che in casa, ed erano dolcificati con miele e mosto. Salse e spezie accompagnavano le pietanze: uno dei condimenti più famosi della tavola romana era il garum, ricavato da un complesso procedimento di macerazione del pesce con spezie ed erbe aromatiche (vi sfido a non dire che schifo). Il vino doveva essere molto diverso dal nostro: il processo di lavorazione era molto lungo, il mosto veniva cotto con varie sostanze aromatiche e spezie e la consistenza finale un po’ liquorosa; non veniva mai bevuto puro, perchè la gradazione era molto alta, ma veniva servito super annacquato.

I romani, soprattutto quelli di alto rango, non amavano andare a mangiare nelle osterie e nelle taverne (thermopolia o popinae), che consideravano luoghi sporchi e volgari, a meno che non fossero costretti da situazioni di viaggio, oppure erano frequentate da chi non aveva abbastanza spazio in casa propria per un banchetto con molte persone.

Un Termopolio o, se preferite, locanda, dalla Regio V di Pompei. Questo è un caso molto speciale perchè decorato con bellissime immagini di una Nereide a cavallo. Solitamente erano molto più semplici.
La foto è presa dal profilo Instagram del Parco Archeologico di Pompei

Gli scavi archeologici, in particolare quelli di Pompei ed Ercolano, ci hanno dato moltissime informazioni sulla cucina romana: sappiamo che non esistevano i camini per la cottura, che avveniva su bracieri o focolari, di varie forme e dimensioni. Avevano i “piani cottura” costruiti su un podio con alla base la legna per fare la brace, rivestiti in alto con piastrelle e con tanto di “fornelli” e griglie. In alcuni casi troviamo anche forni e lavandini, dotati di rivestimento impermeabile e tubo di scarico.

Alle tavole dei più benestanti era prevista una vera e propria etichetta: si deve ai romani la superstizione che porti sfortuna rovesciare il sale (era un alimento molto pregiato e costoso, quindi si doveva pur trovare un buon deterrente allo spreco). Una specie di “regolamento del banchetto” è stato trovato dipinto sulle pareti del triclinio, l’equivalente della nostra sala da pranzo, di una casa di Pompei: lo schiavo doveva lavare e asciugare i piedi dei commensali, gli invitati dal canto loro dovevano evitare comportamenti scorretti, come ad esempio guardare in modo lascivo la moglie di qualcun altro (mi sembra anche il minimo della cortesia!), i posti erano assegnati a seconda del rango e, considerato che si restava sdraiati per quasi tutta la sera, è facile comprendere perchè fosse importante il “posto a tavola”.

Le donne partecipavano al banchetto, era apprezzato il loro saper conversare ma non dovevano scadere nella civetteria, il bon ton suggeriva di evitare gli eccessi sia nel mangiare che nel bere e, soprattutto, Ovidio nell’Ars Amatoria, raccomanda loro di non addormentarsi mai… chissà cosa poteva accadere a una donna indifesa dopo un banchetto e una quantità indefinita di vino!
Si mangiava per lo più con le mani anche se esistevano utensili, come i cucchiai per le minestre. Ai romani non piacevano i cibi duri o croccanti, amavano invece i gusti in contrasto, per esempio la carne con miele o i dolci speziati.

Dipinto di banchettanti da una casa di Pompei
Foto dal profilo Instagram del Parco Archeologico di Pompei

Ma ovviamente il cibo non era uguale per tutti: la dieta delle classi sociali più povere era quasi completamente vegetariana, senza spezie e condimenti pregiati, cosa che non stupisce affatto, anche oggi del resto carne, pesce e spezie sono cibi più costosi. Sicuramente nelle case più povere non c’era un vero triclinio con sontuosi divani su cui sdraiarsi e i pasti venivano consumati in un’atmosfera più frugale.

Possiamo dire in conclusione che quello che ha fatto veramente grande la cultura romana è il suo saper assimilare la parte migliore dei popoli con cui entrava a contatto e questo vale anche per il cibo, infatti hanno saputo apprendere e fare proprie alcune modalità di coltivazione e di preparazione degli alimenti. La spiccata curiosità dei romani ha permesso anche lo svilupparsi dei commerci di prodotti orientali e africani. Questo loro senso di voler scoprire e apprendere sempre dal mondo esterno, l’insaziabile desiderio di conoscere e sperimentare, l’apertura verso il nuovo, sono tra le caratteristiche che mi sono sempre piaciute di più di questo popolo, caratteristiche che avremmo ben visibili sotto gli occhi se fossimo invitati al banchetto in casa di un benestante romano.

Tanya Spasari

PS. Anche l’immagine di copertina è tratta dal profilo instagram del Parco Archeologico di Pompei

Religiosità al femminile

Il contributo di oggi parla ancora di donna nell’antica Grecia: ho promesso alla mia amica Mia che non avrei fatto “la solita grecista”, quindi per le prossime uscite prometto di impegnarmi un po’ di più per spaziare in altri ambiti!

Parliamo di religione, un campo in cui le donne hanno avuto un ruolo da protagoniste, a differenza di quanto avveniva in quasi tutti gli altri aspetti della loro vita (vd. l’articolo precedente sulla condizione femminile). Le dee nel Pantheon greco avevano un ruolo di assoluto primo piano, spesso a loro erano dedicati i santuari principali delle città e le città stesse.

Il tempio di Atena dell’area archeologica di Paestum (SA). Foto dell’autore

I culti rivolti alle divinità femminili erano quasi sempre partecipati esclusivamente da donne, di vario grado di età a seconda del rito specifico da compiere. Per sottolineare ancora di più l’importanza del loro ruolo è da tener presente che la polis greca, cioè la città-stato, faceva della religione una delle sue fondamentali basi di unione civica, dei templi i suoi punti di riferimento, del calendario delle festività religiose quello che ne scandiva la vita.

Nel mondo greco, la concezione della vita della donna era essenzialmente quella di un percorso, strutturato in una serie di tappe: la ragazza che diventava adulta, poi sposa, poi madre, e che necessitava di essere inserita nell’ordine sociale attraverso la partecipazione a particolari “riti di passaggio”. Le donne erano anche responsabili della ritualità sulla riproduzione quindi la fertilità, i figli quindi la nascita, e il mantenimento della famiglia quindi il benessere agricolo.

Uno dei momenti sacri legati al mondo femminile più importanti nell’intero mondo greco è quello delle Arreforie ateniesi, le feste dedicate alla dea Atena. Il rituale arreforico aveva come scopo il trasformare le “figlie di ateniesi” in “mogli e madri di ateniesi” e si svolgeva con una processione notturna in cui delle ragazze prescelte per il rito, portavano doni alla dea. Altri eventi simili, molto importanti, erano ad esempio le Tesmoforie, riti propiziatori della fertilità della terra, rivolti a Demetra e a sua figlia Persefone.

Il rito delle Arreforie raffigurato sul fregio del Partenone, parte dei marmi “Elgin” conservati al British Museum di Londra – Fonte: Wikipedia Netherland

Ciò non significa che l’uomo non avesse trovato il modo di dare una connotazione negativa al ruolo della donna nei riti religiosi, ovviamente: la donna è un essere “selvaggio”, perché incapace di controllare alcuni processi naturali, soprattutto il ciclo mestruale, che la rende impura. Come vedete non è cambiato molto e tutti gli uomini inorridiscono – oggi come allora – al solo sentire pronunciare la parola mestruazione! Si verificavano addirittura veri casi di allontanamento temporaneo dalla società, ad esempio per le donne che avessero appena partorito, che venivano condotte in speciali “casette” con altre donne nella stessa condizione, proprio per la loro impurità che poteva “inquinare” l’ambiente in cui si trovavano. Come se tutti gli uomini non fossero a questo mondo grazie a una donna che li ha partoriti!

Era necessario quindi che questa e altre condizioni di impurità si sottoponessero a riti di purificazione e il mezzo con cui la si otteneva era ovviamente “l’assoluzione” divina, attraverso riti, processioni, sacrifici, danze, preghiere e l’uso di elementi quali acqua e fuoco.

L’acqua era considerata di grande potere: scaturisce dalla “Madre Terra”, quella che dona la vita, e quindi possiede proprietà rigeneratrici. Svariate forme di lavaggi rituali (se vogliamo usare un termine specifico diremo abluzioni), venivano praticate in occasione di cerimonie religiose sia private che pubbliche: ad esempio, sappiamo che il bagno era una delle tappe rituali verso la pratica dell’iniziazione, ma anche preliminare al matrimonio per la futura sposa.

Perirrhanterion dal santuario dell’Incoronata di Metaponto. Si tratta di un grande contenitore da acqua che veniva utilizzato nei santuari per i rituali. Fonte http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-842aeb57-0bbf-45de-ac49-f74bafe14456.html

La pratica dell’immersione, totale o parziale, non riguardava solo le fedeli, ma poteva essere praticata anche alle statue di culto o agli oggetti donati in voto, che in tal modo venivano purificati e consacrati. In queste occasioni la statua della dea veniva lavata, vestita e ornata di gioielli, perché in quel momento così importante e carico di significato smetteva di essere semplice immagine divina per diventare la dea stessa. Per il bagno la statua veniva portata in processione verso una fonte, un fiume o un apposito spazio all’interno dei santuari. Scopo del bagno prenuziale non era solo la purificazione ma anche utilizzare le proprietà rigenerative e benefiche dell’acqua per la fecondità della sposa: le divinità connesse all’acqua e tutelari di questi riti si faranno protettrici anche dei nascituri. Una vasca dedicata a questo genere di culti era presente in un sito che mi è molto caro, il santuario di Punta Stilo a Kaulonia, in Calabria, a cui ho avuto il grande piacere di dedicare molti anni della mia vita da studentessa universitaria e che ho studiato nella mia tesi di laurea.

Ecco un esempio di Hydria, il vaso utilizzato per trasportare e versare l’acqua per eccellenza, che si distingue dalla classica anfora per la presenza di tre manici, in termine tecnico anse, di cui una verticale.

Un’idea concreta di come si svolgessero questi rituali ci viene data da alcune rappresentazioni iconografiche, quindi dalle immagini, che ci mostrano scene di rituali femminili, dagli scavi archeologici nei santuari, da cui spesso emergono vasche e pozzi, oltre a utensili per il culto e vasi specifici per trasportare e contenere l’acqua o che servivano come bruciatori, che si uniscono a quanto tramandato dai testi scritti.
Vediamo ad esempio delle scene di peplophorie, cioè di giovani donne prossime al matrimonio che portano in processione il peplo nuziale, così si chiamava il vestito, alla dea perché lo benedica insieme alla sua futura unione. Oltre al peplo portavano ovviamente doni alla loro dea, simboli della loro devozione e legati alla natura stessa della divinità.

Disegno di un pinax dalla pubblicazione I Pinakes di Loci Epizefiri. Musei di Reggio Calabria e di Locri, 2003

Il mondo della religiosità al femminile è molto complesso e affascinante e se ci riflettete bene, molti echi di queste pratiche si posso ritrovare anche oggi in molti riti e usanze che venivano praticati fino a non molto tempo fa in occasione degli stessi eventi, come appunto il matrimonio o la nascita. Concludo con una riflessione sul mondo femminile che nei momenti più importanti della vita si unisce, consolidando relazioni e affetti, intorno alla religiosità e alla ritualità condivisa. Le donne fanno gruppo compatto che si sostiene a vicenda e si uniscono con la loro divinità, che a sua volta le protegge e le guida.

Non so a voi ma a me questo quadro così delineato dà una certa emozione e mi sento vicina con lo spirito a quelle donne di un tempo, quasi come se partecipassi alle loro processioni e alle loro danze.

La donna nell’antica Grecia

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società.” È una frase pronunciata da Rita Levi Montalcini che può essere considerata di portata universale, parlando della condizione femminile.

Essere donna è sempre stato un compito difficile, ma nella Grecia classica lo era forse ancora di più: per quanto la mia ammirazione per la cultura che ci ha lasciato quel popolo sia immensa, è necessario porre l’accento su quanto quella stessa società, tanto evoluta sulle arti e le scienze, fosse tuttavia governata da leggi maschili e maschiliste, con costumi orientati a mantenere una subalternità formale della donna.

La γυνή (si legge ghiunè), la donna greca, anche e soprattutto quella che viveva nella democratica Atene, non aveva diritti che oggi chiameremmo “civili”, non poteva avere un suo personale patrimonio, non poteva esercitare nessuna professione – figuriamoci votare! – ed era relegata nel suo ambiente domestico, prima nella casa del padre e poi in quella del marito e a questi era sottomessa. La donna è tenuta alla gestione della casa, alle attività di tessitura, alla cucina, il resto spetta all’uomo.

Immagine di gineceo dipinta su un epìnetron, un particolare vaso che si poggiava sulle ginocchia per filare la lana. Fonte: https://parentesistoriche.altervista.org/donna-grecia-antica

Se leggendo queste poche frasi vi siete innervosite/i, siete in buona compagnia!

Anche Omero è un maschilista: chi è la causa della guerra di Troia? Elena, una donna. Quasi volendo insinuare che il povero Paride fosse stato costretto a rapirla! Anche una donna importante come Andromaca, la moglie di Ettore, principe erede al trono di Troia, era relegata a crescere i figli, gestire la casa e il gineceo, mentre il marito si occupava degli affari di Stato. Poveretta, peccato che questo non l’abbia salvata da una brutta fine.
E tutti i mali del mondo da dove arrivano? Da Pandora, ehm, una donna.
Chiaro no? Donna = stai a casa che se no combini guai; uomo = forte, coraggioso, intelligente, ecc ecc.

La misoginia dilagante nel mondo della letteratura, scritta da uomini, è evidente nel loro divertirsi a sottolineare quelli che ritengono i difetti congeniti del genere femminile, come nel caso di Pandora, la curiosità e la frivolezza.

John William Waterhouse, Pandora apre lo scrigno (1896)

Questo vale soprattutto per le classi medio-alte, mentre si distinguevano le classi più popolari, che incredibilmente, vivevano direi meglio da questo punto di vista, perchè potevano lavorare e uscire di casa a piacimento per tutte le loro necessità.

Altra eccezione era costituita dalle etère, come definirle? Si potrebbero dire escort di alto borgo, figure molto sofisticate, le uniche donne indipendenti nella società greca! Avevano delle vere relazioni durature con personaggi spesso molto influenti della società e, ovviamente, con le loro “arti persuasive” riuscivano a influenzare le loro decisioni… gli uomini non cambiano mai! Queste donne avevano denaro proprio di cui potevano disporre ed erano rinomate per la loro istruzione e per il loro padronaggiare le arti della musica e della danza.

Si distingue da tutte le altre la donna di Sparta, evidentemente la virilità degli spartani era tale da non sentirsi minacciata dall’indipendenza delle loro donne! Le ragazze venivano cresciute in modo molto simile ai ragazzi, con uno stile di vita dedito all’attivà sportiva e alla cura del corpo. È vero che non abbiamo molte testimonianze dirette ma possiamo dire che sicuramente l’uomo spartano era spesso impegnato in guerra e allora era la donna che assumeva il comando della casa, gestendo anche i beni di famiglia.


La regina Gorgo, moglie del re spartano Leonida. Dal film 300. Fonte: https://300.fandom.com/wiki/Gorgo

Per avere un altro punto di vista ci viene in soccorso, come sempre, l’archeologia.
L’archeologia ci permette di ammirare oggetti dell’uso quotidiano del mondo femminile, di ogni classe sociale. Dalle figure in terracotta di grandi o piccole dimensioni, apprendiamo il modo di pettinarsi e di vestirsi, con tanto di cambio nelle mode, ad esempio dalla famosa statua di Kore col peplo vediamo come nel VI secolo a. C. i capelli fossero raccolti in lunghe trecce. Dalle arti figurative apprendiamo usi e costumi: ad esempio da questi pinakes da Locri Epizephiri, colonia greca in Calabria, vediamo parti dell’arredamento della casa, in particolare la “cassa” per i vestiti, la culla per i neonati, la preparazione della sposa. Dalle famose Cariatidi dell’Eretteo di Atene possiamo vedere un esempio di peplo, la veste tradizionale della donna greca, e una elaboratissima acconciatura.

fonte: Wikipedia; http://www.comune.bologna.it/iperbole/llgalv/iperte/scommessa/arredo_casa_greca/arredo_casa_greca.htm

Dagli scavi urbani e delle aree sacre emergono sempre moltissimi pesi da telaio, di tante forme e dimensioni diverse, tipica espressione della presenza femminile in quegli ambienti, che potevano essere le loro abitazioni o le sedi per i loro riti sacri. La ritualità legata al mondo femminile e alle divinità femminile rivestiva una grandissima importanza nella società greca.

La donna greca era però anche amante del lusso, che poteva sfoggiare in società quando si riuniva con le altre donne: oggetti preziosissimi per la toilette femminile ci dimostrano l’attenzione per la cosmesi; la parola “cosmetico” deriva proprio dal greco “kosmèo” che significa adornare. Olii preziosi, profumi ed essenze erano contenuti in piccoli vasi, spesso finemente decorati, come aryballoi, lekythoi, alabastra e askoi o in scatoline, anche in metallo o avorio – superlusso! – che contenevano creme e unguenti.

Fonte: Wikipedia

Non ultima l’oreficeria e la gioielleria: vi assicuro che nessuna donna di oggi disdegnerebbe un bel paio di orecchini d’oro di fattura greca! Ma le donne greche si ornavano anche di collane, spilloni e avevano specchi e oggetti personali in materiale prezioso.

Sul perchè questo processo di sottomissione femminile avvenga frequentemente nella storia sono state avanzate tantissime ipotesi da filosofi, psicologi, storici e professionisti di ogni genere; la mia personalissima opinione è che l’uomo si sia sempre sentito minacciato dall’intelligenza e dallo spirito femminile…o almeno è quello che mi piace pensare.

In conclusione possiamo dire che, sebbene l’uomo abbia in molti casi tentato di limitare l’influenza femminile relegandola in ambiente domestico, questa si esercitava in ogni caso in ogni ambito della vita della società, dagli aspetti religiosi, all’arte, all’economia e anche, uomini malgrado, alla politica.

L’uomo sarà anche la testa, ma la donna è sempre il collo, quella che la testa la fa girare!
(semicit. da Il mio grosso grasso matrimonio greco)