Le sorelle Macaluso: l’inno alla vita passando dalla morte

Parlare di teatro, ma soprattutto del teatro di Emma Dante, per me è sempre un po’ emozionante. Il teatro è il mio primo amore, Emma Dante uno dei modelli a cui aspirare.
In punta di piedi, oggi vi parlo di uno spettacolo che amo moltissimo, Le sorelle Macaluso uno dei “più dantiani” (sì, dantiani per Emma Dante, dantesco per l’Alighieri) del repertorio della regista, quello che racchiude i suoi leitmotive, la sua poetica, ma anche un richiamo a opere precedenti. È l’opera che ha reso la Dante famosa in tutta Europa, sicuramente uno dei suoi capolavori più riusciti. Sì, nel 2020 è uscito un film della Dante con lo stesso titolo, ma oggi parliamo dello spettacolo teatrale.

Il commento di oggi si basa sulla versione girata al Piccolo Strehler di Milano nel 2018 e disponibile su RaiPlay.

Dal buio nasce la vita, così dal buio arrivano Le sorelle Macaluso. Sette sorelle, Gina (Italia Carroccio), Cetty (Marcella Colaianni), Maria (Alessandra Fazzino), Katia (Leonarda Saffi), Lia (Serena Barone), Pinuccia (Daniela Macaluso) e Antonella (Elena Borgogni), assistono al funerale di una di loro. Attraverso un viaggio indietro nel tempo fra sogno e realtà ripercorreranno in parte la storia della famiglia. A questa perdita se ne accompagnano altre, quella prematura della sorella Antonella, della madre che cede al padre la cura delle figlie e che finisce i suoi giorni per strada dopo aver sturato il bagno di un locale per pochi spiccioli e ricoperto da ciò che ne consegue. E infine, la morte del figlio di Gina, promessa del calcio, che perde la sua vita proprio mentre sta giocando. La Morte gioca un ruolo da protagonista, costantemente presente anche quando non nominata. La morte unisce i vivi e i morti in scena.

Tutti gli attori compongono un corteo funebre e marciando percorrono i metri del palcoscenico in tutte le direzioni: con una scelta prossemica ricorrente nella drammaturgia dantiana, gli attori si trovano quasi sempre schierati in proscenio. La storia di queste sette sorelle ha bisogno del racconto del passato per essere ricordata, e viene raccontata come fosse un curtigghiu, un pettegolezzo, un futile chiacchiericcio.

Le sette sorelle Macaluso sono delle entità quasi labili, costituite dalle loro ansie, paure, sogni e delusioni. L’opera ha una struttura circolare: inizia e finisce con la danza di una delle sorelle, molti gesti si ripetono. L’intera pièce è, inoltre, connotata dalla presenza delle donne, sin dal titolo è imponente la caratterizzazione al femminile, sottolineando in parte anche la distinzione netta fra la determinazione femminile e la fragilità maschile, come viene evidenziato dai genitori. Queste due figure mostrano un atteggiamento molto diverso nei confronti delle figlie. Il padre interagisce quasi sempre con loro e col suo intervento riesce a stemperare le tensioni familiari e rimettere – letteralmente – in riga le figlie. La madre con la sua assenza/presenza si mostra autorevole e tenera, il collo che fa girare la testa del padre dove vuole.

Anche per Le sorelle Macaluso, come per tutti i lavori firmati da Emma Dante, il lavoro sul corpo dell’attore (quasi danzattore in questo caso) ricopre un ruolo fondamentale. Le sorelle si muovono all’unisono, come un’unica entità, fino a sciogliersi e lasciare il posto alla danza solitaria di una di loro.

Per quanto riguarda la scenografia, la Dante predilige lo stile less is more, uno spazio scenico spoglio, arricchito di pochi elementi scenici, in questo caso gli scudi e le spade utilizzate in una danza-lotta e poi abbandonate sul confine del proscenio. Questa scelta amplifica ancora di più la scelta registica di mettere in primo piano l’attore e il suo corpo.

I componenti della famiglia Macaluso sono portati in scena da attori dalle capacità incredibili, essere un attore “di Emma Dante” non è facile. Personalmente, ho una predilezione per Daniela Macaluso, presente in altri spettacoli della regista, che in questo caso interpreta Pinuccia, in quanto la reputo un’attrice dalle doti notevoli; ma fra le sorelle spicca sicuramente Alessandra Fazzino, che interpreta Maria con un pathos e un coinvolgimento emotivo difficile da descrivere. Lo spettacolo Le sorelle Macaluso mostra però soprattutto la capacità della Dante di mettere in pratica quello che Kantor definiva “il costruttivismo delle emozioni”: la capacità di colpire la platea esattamente dove pensa che debba essere colpita, attraverso l’uso di frammenti verbali, suoni, gesti, etc.

Le sorelle Macaluso sono, a parer mio, l’opera perfetta. Emozionante, coinvolgente, unica, che racchiude tutti gli elementi della drammaturgia dantiana.

Noemi Spasari

Egon Schiele: l’artista mistico

Iniziamo a soddisfare alcune vostre richieste e parliamo di Egon Schiele.

Schiele è nato in un paesino dal nome impronunciabile della Bassa Austria il 12 giugno 1890. Pupillo del già analizzato Gustav Klimt, è noto come uno dei maggiori artisti figurativi del primo Novecento, ma anche come esponente del primo espressionismo viennese (insieme a un altro artista di cui prima o poi vi parlerò anche se mi inquieta, Oskar Kokoschka).

Autoritratto con alchechengi – 1912

La sua arte si basa essenzialmente su l’intensità espressiva, l’introspezione psicologica e la comunicazione del disagio interiore, prediligendo, come soggetti, uomini e donne che posano nudi.
Sebbene muoia all’età di soli 28 anni, il corpus delle sue opere conta numerosi pezzi, fra cui circa 340 dipinti, poco meno di tre mila fra acquerelli e disegni.

Ragazza con le calze verdi – 1917

Vita e carriera

Dopo aver perso il padre, passa sotto la custodia dello zio che – riconoscendone il talento – lo fa iscrivere all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Come già detto, divenne pupillo del celeberrimo Klimt, che aiuterà il giovane artista procurandogli le modelle da ritrarre e anche contatti con il fervente ambiente artistico viennese.

Sarà grazie a questi contatti che nel 1908 (a soli 18 anni) espone in una personale alcune delle sue opere: questo sarà un trampolino di lancio, da quel momento in poi Schiele divenne conosciuto e stimato non solo in Austria, ma anche in molti altri paesi d’Europa. Il suo stile pittorico provocatorio e in contrasto con la morale predominante gli procurò però anche molta ostilità. In questi anni si lega sentimentalmente alla modella Wally Neuzil.

Egon Schiele, Gli amanti (o “L’abbraccio), 1917

Nel 1912 Schiele fu arrestato per aver sedotto e rapito una minorenne, aggiungendo all’accusa anche l’esposizione di materiale pornografico a minori. Dopo aver trascorso 21 giorni in carcere, alla fine fu giudicato colpevole solo dell’ultima imputazione e liberato. Ma, a scopo dimostrativo, venne pubblicamente bruciato uno dei suoi disegni.

Nel 1914 sposerà la modella Edith Harms, che diventerà da quel momento l’unica musa ispiratrice. La prima guerra mondiale era già in pieno svolgimento, e tre giorni dopo il matrimonio gli fu ordinato di presentarsi per il servizio militare attivo. Fu incaricato di sorvegliare e scortare i prigionieri russi, che iniziò a usare come soggetti per la sua arte.

Egon Schiele, Edith, La moglie dell’artista, 1917

Nel 1918, poco dopo aver esposto alla II mostra della Secessione, Egon ed Edith si ammalarono di febbre spagnola che il 28 ottobre uccise sua moglie, al sesto mese di gravidanza e tre giorni dopo, il 31 ottobre, anche Egon Schiele.

“Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco”.

Egon Schiele

Stile

L’artista è dunque promotore di un nuovo modo di fare arte, con inquadrature inediti di nudi espliciti. Attraverso una distorsione delle figure in cui sensualità ed erotismo si uniscono all’immagine della morte e della malattia, le sue opere danno sfogo ai dubbi esistenziali dell’artista, che così facendo si trasformano in domande poste allo spettatore. Il corpo femminile, soggetto prediletto dall’artista insieme agli autoritratti, è rappresentato in modo asciutto, crudele ed estremamente sensuale. Nelle sue opere rappresenta in qualche modo l’anima tormentata di un’epoca di violenti fermenti.

Noemi Spasari

Ernesto “Che” Guevara: le pellicole dedicate al grande rivoluzionario

Quanto tempo è passato da quel giorno d’autunno
Di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno
Fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia
Giovanili ciarpami, arrivò la notizia
Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto
Sapere a brutto grugno che Guevara era morto
In quel giorno d’ottobre, in terra boliviana
Era tradito e perso Ernesto “Che” Guevara

E così come ci ricorda Guccini nella canzone Stagioni, il 9 ottobre 1967 moriva Ernesto “Che” Guevara, un uomo, un simbolo, un’icona immortale. Rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico e medico, il Che fu questo e molto altro.

A lui sono stati dedicati scritti, canzoni, romanzi, film, sono stati dipinti quadri, stampate magliette, invocato il suo nome quasi come fosse una moda. La celeberrima foto che lo ritrae in primo piano, chiamata Guerrillero Heroico, opera di Alberto Korda, è divenuta dopo la sua morte una delle immagini più riprodotte al mondo.

Sul Che, come dicevamo, sono stati prodotti tanti racconti “in pellicola” (permettetemi questa licenza poetica), ed è proprio di alcuni di questi che parleremo oggi.

1- El “Che” Guevara (1968)

Diretto da Paolo Heusch, è tra i primissimi film girati su Ernesto “Che” Guevara, incentrato solo sulle sue avventure degli ultimi mesi di vita. Gli esterni girati in Sardegna, in aggiunta vi è l’inserimento di paesaggi boliviani. Dal Morandini (dizionario del cinema) viene definito un film dilettantistico, per dirla con un eufemismo. Non ho trovato neanche una foto di questo film, giusto per farvi capire.

2- Che! (1969)

Continuiamo con un film che è stato stroncato, se non massacrato, dalla critica: Che! diretto da Richard Fleischer nel 1969, con Omar Sharif nei panni del rivoluzionario. Un cast poco noto e di rilevo, una mal riuscita impresa. Il film narra la vicenda di Guevara dal suo arrivo a Cuba nel 1956 fino alla morte. Pensate addirittura che nel 1978 Che! venne inserito nella lista dei peggiori 50 film di sempre definito “una cartolina, un superficiale dramma pseudo-storico”.

Che Guevara (Omar Sharif) e Fidel Castro (Jack Palance) in una scena del film

3- I diari della motocicletta (2004)

Per fortuna per qualche anno i tentativi di film sul Che sono stati sospesi, per migliorarne la qualità. Così nel 2004 arriva I diari della motocicletta (Diarios de motocicleta) diretto da Walter Salles , ispirato dai diari di viaggio Latinoamericana (Notas de viaje) dello stesso Guevara e Un gitano sedentario (Con el Che por America Latina), del compagno di viaggio del “Che”, Alberto Granado. Il livello era talmente diverso rispetto agli altri film, che è stato presentato in concorso al 57º Festival di Cannes. Nel ruolo del rivoluzionario il 26 (all’epoca) Gael García Bernal.

Il film ripercorre il lungo – e non poco avventuroso – viaggio che il giovane Ernesto Guevara, in compagnia del suo amico Alberto Granado, ha intrapreso nel 1952 attraverso l’America Latina, inizialmente in sella alla motocicletta di quest’ultimo, per poi cedere a percorsi a piedi o con mezzi di fortuna.

4- Che – L’argentino(2008)

Arriviamo finalmente alla dilogia firmata da Steven Soderbergh e che vede nientepopodimeno che Benicio del Toro nel ruolo di Ernesto Guevara. L’argentino è ispirato dal diario La guerra rivoluzionaria a Cuba di Guevara e riprende le tappe della rivoluzione cubana, partita da quando Ernesto Guevara, appunto, conobbe Fidel Castro in Messico.

Nel film si ripercorrono tutti i momenti e le battaglie più importanti, incluso il memorabile discorso il discorso del Che al Palazzo di Vetro dell’ONU che terminava con “Patria o muerte!“.

5 – Che – Guerriglia

L’altro pezzo di questo binomio è Che – Guerriglia, che si basa sulle vicende del rovesciamento della Guerra Rivoluzionaria e del Movimento Simón Bolívar guidato da Guevara in Bolivia nel 1965.

Sono gli ultimi tre anni di vita del Che dopo il trionfo della rivoluzione cubana, che lascia tutto, moglie, figli, incarichi politici a Cuba, per dar vita a una nuova rivoluzione in Bolivia, fino alla sua morte.

Ma perché questo excursus su questa figura? Perché ho sfruttato l’anniversario della sua morte per ricordarlo, per ricordare una voce forte che in alcuni cuori si sta spegnendo. Gli estremismi non vanno mai bene, ma bisogna lottare per ciò in cui crediamo.

«Per sopravvivere e per trionfare bisogna vivere come se si fosse già morti.»

(Che)

Noemi Spasari

Vikings, fra lotte di potere e conversioni: il cambiamento di Ragnar

Oggi parliamo di serie TV e lo facciamo con una che ho amato quasi fino alla fine: Vikings. Serie televisiva di genere storico creata e scritta da Michael Hirst, che conta 89 episodi in sei stagioni. Ambientata nel IX secolo principalmente tra la Scandinavia e Gran Bretagna, racconta in chiave ovviamente romanzata le storie dei leggendari guerrieri vichinghi Ragnarr Loðbrók, Lagertha, Rollo, Flóki, Aelle II di Northumbria, Björn Ragnarsson, Ívarr “Senz’ossa” Ragnarsson e tanti altri.

Le vicende di Vikings e dei personaggi che si incontrano nel percorso, come tutte le grandi storie che si rispettino, si sviluppano intorno ai rapporti politici e di convenienza, volti alla ricerca e all’accumulo di Potere. Ma com’è rappresentato questo oggetto di desiderio? Riprendendo le parole di Ragnar: “Il potere è sempre pericoloso. Attrae i peggiori e corrompe i migliori”. Donne e uomini, norreni, inglesi, francesi e rus’, tutti in un modo o nell’altro hanno cercato di conquistare il titolo e il posto più alto, il controllo totale di una popolazione.

Ed è nella diversità di questi metodi che sta la forza politica e sociale di questa narrazione: i norreni partono da una successione di potere decisa in combattimento, vince il più forte, vince la morte. In Inghilterra, dove la successione dovrebbe essere dinastica, chi ha la meglio in realtà è chi politicamente riesce ad essere il più astuto. In larga parte ancora vige la giustificazione di una presunta discendenza divina per reclamare il posto sul trono del potere.

E così i rapporti fra le popolazioni subiscono alti e bassi, drammi, intrighi e riappacificazioni, tutto gestito da manovre politiche che in qualche modo influenzano vicendevolmente i popoli. Come, per esempio, i norreni arriveranno infine a convocare delle vere e proprie elezioni per proclamare il loro re.

Che società ne deriva? Una sempre pronta alla guerra, diffidente, ma spinta ad imparare sempre di più, radicata in un mondo in cui vige la legge del più forte e di chi, a suo modo, si fa valere.

Ma parliamo meglio anche di Ragnar Lothbrok, il figlio di Odino morto da cristiano. Il vichingo per antonomasia, ma differente per la sua immensa sete di conoscenza e curiosità verso l’ignoto. Sarà questa voglia di scoperta che lo porterà a fare quello che i vichinghi non avevano mai fatto: sfidare il mare per conoscere nuove terre. Arriverà così in Inghilterra dove incontrerà per la prima volta il cristianesimo, incarnato nel personaggio di Athelstan, un sacerdote.

E così la voglia di conoscenza, il rapporto con Athelstan e il confronto con nuovi mondi lo porterà a rivalutare tutto ciò che ha sempre creduto, ad accettare che altre verità.

Da figlio di Odino e re dei Norreni, Ragnar sceglierà di farsi battezzare e diventare un cristiano.

Cosa spinge il grande guerriero ad abbracciare un credo così diverso? A mio parere sarà proprio il suo animo curioso a farlo cambiare, la curiosità lo ha spinto a conoscere, a dubitare, a credere a un Dio non umano (a differenza degli Dei norreni), ma che esiste come semplice atto di Fede.

Il punto di rottura e crisi probabilmente è segnato dalla morte dell’amico Athelstan, che lo spinge ad andare verso una religione che considera gli uomini fratelli di un unico Dio, che obbliga l’uomo a un codice morale, al rispetto, al perdono. Tutto quello che per lui era vitale, diviene poco importante perché subentra il dolore che lo spinge a riflettere e a mettere in dubbio tutto. E così la sua ricerca dall’esterno si proietta all’interno, alla scoperta nuove emozioni e valori, abbracciando così una nuova emotività, un nuovo essere, un nuovo credo basato sull’amore e la fratellanza.

E così Ragnar rinuncia al Valhalla, rinuncia a sedere al posto che gli spetta, per abbracciare una dimensione umana, dominata dal libero arbitrio e non dal volere degli Dei.

Non ho dimenticato il personaggio più figo di tutti, Lagertha. Se volete ve ne parlerò meglio più avanti.

Noemi Spasari

A novembre a Pisa una grande mostra su Keith Haring

Palazzo Blu di Pisa accoglierà da novembre, per la prima volta in Italia, le opere provenienti dal Giappone, dalla Nakamura Keith Haring Collection. Una mostra che rinnova il rapporto speciale che Haring, nato a Reading in Pennsylvania e newyorkese d’adozione, ha avuto con Pisa a cui ha lasciato il murale Tuttomondo, realizzato nel 1989, sulla parete esterna della Chiesa di Sant’Antonio. Una delle sue ultime opere pubbliche prima della prematura scomparsa nel 1990. La mostra è a cura di MondoMostre e realizzata con Fondazione Pisa.

30 anni di Nevermind

Il 24 settembre del 1991 veniva pubblicato uno degli album più esaltanti e fondamentali della storia della musica: Nevermind, il disco che avrebbe consegnato la band di Kurt Cobain alla storia del rock. Un album che ha rivoluzionato le regole del gioco, diventando il manifesto della “Generazione X”. E dopo tre decenni la musica dei Nirvana non ha perso nulla della sua potenza.

A dimostrazione della sua formidabile carica innovativa e imprevista, c’è da ricordare che la Geffen, la major che aveva messo sotto contratto i cari Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl, puntava a vendere un massimo di 250 mila copie, per tenersi umili, considerando questo album come un prodotto destinato a una nicchia ristretta. Ma Nevermind quelle 250 mila copie le ha vendute al giorno, se non di più. Un successo clamoroso, inarrestabile.

Tale fu l’impatto imprevisto di questo album che, nei primi mesi del 1992 arrivò addirittura a scalzare Dangerous del Re del Pop, Michael Jackson dalle classifiche.

Di Nevermind possiamo dire solo bene, è un capolavoro di quegli anni, che coglie lo spirito del tempo e dà voce ai giovanili tormenti, dando ancora più valore a quel movimento Grunge che ancora oggi ci piace.

La carica esplosiva di questo album è rafforzata da quello che poi fu il primo singolo “Smells Like Teen Spirit”, anche questo poco famoso. Hello, hello, hello, how low.
Ditemi che non avete mai cantato “With the lights out, it’s less dangerous. Here we are now, entertain us, I feel stupid and contagious. Here we are now, entertain us”? magari sbagliando le parole, nessuno è perfetto.

A passare alla storia, oltre la musica, ci fu ovviamente anche la celeberrima copertina del disco, che mostra un neonato che sott’acqua cerca di agguantare una banconota appesa a un filo. Si tratta di Spencer Elden, che è tornato nella medesima piscina per fare lo stesso scatto nel 2007 e che recentemente ha querelato il gruppo.

Insomma, musica che fa parte della nostra storia.

Noemi

Le innovazioni di Arturo Martini

La mia vena polemica mi porta a iniziare questo articolo con una lamentela. L’artista di cui parlerò oggi ha segnato un’epoca e ha cambiato e rinnovato il linguaggio della scultura del XX secolo, ma la maggior parte delle persone non sanno neanche di chi si stia parlando. Perché? Perché purtroppo all’arte contemporanea non viene dato il giusto rilievo, come fosse arte di “serie B”, non al livello del grande Michelangelo. Questo per me è un grande errore di giudizio generale.

Arturo Martini

Chi è l’artista di cui vi parlo oggi? Arturo Martini, scultore, pittore, incisore e insegnante.
Nasce a Treviso nel 1889, studia prima alla Scuola della ceramica a Faenza, poi scultura a Treviso, successivamente alla Scuola Libera del Nudo presso l’Accademia di Belle Arti. Nel 1909 si trasferisce a Monaco di Baviera, avendo così modo di entrare a contatto con l’ambiente simbolista e secessionista. Tornato in Italia, conosce Gino Rossi, con cui stringe amicizia, figura fondamentale per la sua crescita artistica. Nel 1908 a Venezia partecipa alla prima edizione delle mostre di Ca’ Pesaro con la piccola scultura il Palloncino. Arriva a Parigi nel 1912 dove approfondisce la conoscenza del cubismo e delle avanguardie, qui frequenta Medardo Rosso e ha modo di conoscere la scultura primitivista di Modigliani ed espone al Salon d’Automne.

A seguito della prima guerra mondiale, a Roma, aderì al gruppo dei Valori plastici. In linea con quanto portato avanti dal gruppo, Martini abbandonò il linearismo di matrice simbolista e indirizzò la sua ricerca verso una semplificazione delle forme e dei volumi. Qualche anno dopo entra a far parte della Secessione Romana ed espone alla Mostra Futurista, mentre nel 1925 è invitato a esporre alla III Biennale Romana e successivamente partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Nello stesso anno espone alla prima mostra di Novecento ed esporrà anche nella seconda edizione.

Ma è dalla semplificazione delle forme che nascono i suoi più grandi capolavori, non c’è la sua firma riconoscitiva, come il caso di L’amante morta o Ophelia. Non dimentica mai la tradizione artistica italiana, che continua a studiare, prendendo spunti dalla tradizione etrusca, medievale e del Rinascimento, traducendo tutto in un linguaggio nuovo e personale in cui le figure appaiono sospese in un’atmosfera onirica.

Martini è stato un artista ricchissimo, che si è espresso con altrettanto vigore nel legno e nella pietra, nella creta, nella terracotta e nel bronzo, la sua vasta produzione si distingue per una plasticità sicura e immediata, un’estrema creatività d’invenzione e una totale padronanza di tutti i processi tecnici.

Un artista che segna un nuovo modo di intendere forme e volumi, ma anche l’idea stessa di scultura.

Le donne che hanno cambiato la storia: un progetto di Elena Raimondi

Sono stata contattata da Elena Raimondi che mi ha proposto di collaborare alla diffusione del suo progetto “Le donne che hanno cambiato la storia”. Ovviamente sono stata più che entusiasta di farlo e adesso ve ne parlerò un pochino.

Il progetto nasce dall’ esigenza di valorizzare la figura femminile. Le donne hanno spesso subito ripercussioni di ogni genere e talvolta sono viste come un punto debole per la società, soprattutto dal punto di vista “fisico”: per questo motivo – sottolinea Elena Raimondi – ho pensato di disegnare su teli “pezze“ tipici anni 50/60, usati per il ciclo mestruale , “una sana provocazione“.

Si tratta di teli intrecciati a mano in cotone e lino, che misurano 35-45 cm circa – volutamente usate come tela artistica – che per secoli hanno rappresentato la reclusione, che le donne hanno tenuto nascoste e taciute, così come taciuto e nascosto era il ruolo femminile nella società.

Così ne parla l’artista: Celebrando le donne ho messo in mostra ciò che per secoli è stato celato e così facendo ho denunciato quanto ancora c’è da scardinare in merito al sistema attuale. Molte donne hanno dato, e stanno dando il loro contributo, la loro passione e vita, al cambiamento. Ho reso omaggio a donne di vari settori che hanno contribuito alla storia: Maria Montessori per educazione, Rosa Parks per i diritti civili, Frida Kahlo per l’ arte, Madre Teresa di Calcutta per la religione, Rita Levi Montalcini per la medicina, Gabrielle Chanel per la moda, Anna Frank simbolo della Shoah, Margherita Hack per l’ astrofisica, Lady Diana per la monarchia ed infine Chiara Ferragni per l’ imprenditoria.
Ho cercato di scegliere quelle più coraggiose, ribelli, per campi diversi. Nella loro ricerca dovevano suscitarmi emozioni positive. Le loro storie, mi hanno lasciato un segno di riflessione ed orgoglio. Sono tutte disegnate a mano con pennarelli e china nera, con un tocco di pastello ed acrilico colorato, ho voluto – come è mio stile – evidenziare i tratti del volto , l’espressione, la loro naturale caratteristica , più vera e cruda.

Chi è Elena Raimondi? Classe 1977, nata a Cesena, diplomata come Maestra D’Arte , specializzata nella decorazione nel settore moda. Amante dell’arte da sempre. Inizia a creare sin dall’asilo: “nella pausa pomeridiana della merenda invece di giocare, disegnavo“. Partecipa al suo primo concorso d’arte per ragazzi a 9 anni.
Nel corso della sua carriera artistica – da tecnica mista – ha utilizzato vari mezzi, dai pennarelli, pastelli ed acquerelli, ai colori ad olio, smalti, acrilici, ma anche salsa di pomodoro e caffè.
Il suo obiettivo è di far riflettere attraverso la sua creatività, prende ispirazione da pensieri collettivi, situazioni o storie passate, presenti e future.

Il mio modo di fare arte viene influenzato da tutto, perché l’arte è di tutti ed è in tutto.

Quindi in bocca al lupo, Elena! e grazie!

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Noemi Spasari

La canzone di Achille

Confesso di aver comprato questo libro, insieme a Circe della stessa autrice, perché condiviso da molte persone e descritto come libro da leggere assolutamente. Oggi mi ringrazio per averlo fatto.
Questo non è un libro, è un’esperienza, è calarsi completamente nelle fragili pelli di Patrolo, nell’indescrivibile amore che lo unisce all’Aristos achaion – il migliore dei greci – il Pelide Achille.
La canzone di Achille. Chi avrebbe mai pensato che Achille, descritto come una sorta di bestia inarrestabile, inscalfibile, intoccabile, potesse celare un animo puro, dolce, innamorato di Patroclo più della sua stessa vita?

Ogni parola è un’emozione condivisa, dai capelli d’oro di Achille, alla cicatrice rosea di Odisseo, all’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, al coraggio e all’onore. Un pathos continuo, dalla prima all’ultima pagina.

Ho pianto, non lo negherò, ed è stato bello. Un pianto che porta con sé un racconto bellissimo, un’esperienza di lettura vissuta come se fossi stata anche io lì accanto a loro a Ftia, con Chirone, sulla spiaggia di Troia.

La canzone di Achille – The Song of Achilles è il romanzo di esordio di Madeline Miller, che insieme a Circe e al racconto Galatea (che spero di leggere a breve) costituiscono la sua unica bibliografia. Ti prego Madeline, scrivi ancora.

E con questa che non è una recensione, ma una dichiarazione d’amore, vi lascio e vi invito a leggere quest’esperienza.

Noemi Spasari

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Questo è un altro di quei libri che ho comprato perché influenzata dall’apprezzamento pubblico e anche questa volta sono contenta di averlo fatto. Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop è un romanzo di Fannie Flagg del 1987.

In una serie di sbalzi temporali che anche Doc e Marty avrebbero avuto difficoltà a seguire, il romanzo si sviluppa su due linee di narrazione parallela, proprio come i binari del treno: da una parte c’è il passato con le avventure di Ruth, Idgie e tutti gli abitanti di Whistle Stop e l’immancabile “Bollettino di Whistle Stop” della signora signora Weems, dall’altra il “presente” della signora Threadgoode che racconta all’attenta amica Evelyn Couch gli aneddoti della cittadina. Nel racconto si intrecciano temi come razzismo, omosessualità, violenza, femminismo, vecchiaia, tematiche che continuano ancora ad essere sempre più attuali.

Non mi ha convinta sin da subito, ho iniziato il libro pensando “un’altra delusione, no, per favore”, ma andando avanti le mie paure si sono allentate per rimanerne piacevolmente sorpresa e coinvolta.

Una bellissima lettura che mi invita a voler scoprire ancora meglio questa scrittrice.

Noemi Spasari