Vikings, fra lotte di potere e conversioni: il cambiamento di Ragnar

Oggi parliamo di serie TV e lo facciamo con una che ho amato quasi fino alla fine: Vikings. Serie televisiva di genere storico creata e scritta da Michael Hirst, che conta 89 episodi in sei stagioni. Ambientata nel IX secolo principalmente tra la Scandinavia e Gran Bretagna, racconta in chiave ovviamente romanzata le storie dei leggendari guerrieri vichinghi Ragnarr Loðbrók, Lagertha, Rollo, Flóki, Aelle II di Northumbria, Björn Ragnarsson, Ívarr “Senz’ossa” Ragnarsson e tanti altri.

Le vicende di Vikings e dei personaggi che si incontrano nel percorso, come tutte le grandi storie che si rispettino, si sviluppano intorno ai rapporti politici e di convenienza, volti alla ricerca e all’accumulo di Potere. Ma com’è rappresentato questo oggetto di desiderio? Riprendendo le parole di Ragnar: “Il potere è sempre pericoloso. Attrae i peggiori e corrompe i migliori”. Donne e uomini, norreni, inglesi, francesi e rus’, tutti in un modo o nell’altro hanno cercato di conquistare il titolo e il posto più alto, il controllo totale di una popolazione.

Ed è nella diversità di questi metodi che sta la forza politica e sociale di questa narrazione: i norreni partono da una successione di potere decisa in combattimento, vince il più forte, vince la morte. In Inghilterra, dove la successione dovrebbe essere dinastica, chi ha la meglio in realtà è chi politicamente riesce ad essere il più astuto. In larga parte ancora vige la giustificazione di una presunta discendenza divina per reclamare il posto sul trono del potere.

E così i rapporti fra le popolazioni subiscono alti e bassi, drammi, intrighi e riappacificazioni, tutto gestito da manovre politiche che in qualche modo influenzano vicendevolmente i popoli. Come, per esempio, i norreni arriveranno infine a convocare delle vere e proprie elezioni per proclamare il loro re.

Che società ne deriva? Una sempre pronta alla guerra, diffidente, ma spinta ad imparare sempre di più, radicata in un mondo in cui vige la legge del più forte e di chi, a suo modo, si fa valere.

Ma parliamo meglio anche di Ragnar Lothbrok, il figlio di Odino morto da cristiano. Il vichingo per antonomasia, ma differente per la sua immensa sete di conoscenza e curiosità verso l’ignoto. Sarà questa voglia di scoperta che lo porterà a fare quello che i vichinghi non avevano mai fatto: sfidare il mare per conoscere nuove terre. Arriverà così in Inghilterra dove incontrerà per la prima volta il cristianesimo, incarnato nel personaggio di Athelstan, un sacerdote.

E così la voglia di conoscenza, il rapporto con Athelstan e il confronto con nuovi mondi lo porterà a rivalutare tutto ciò che ha sempre creduto, ad accettare che altre verità.

Da figlio di Odino e re dei Norreni, Ragnar sceglierà di farsi battezzare e diventare un cristiano.

Cosa spinge il grande guerriero ad abbracciare un credo così diverso? A mio parere sarà proprio il suo animo curioso a farlo cambiare, la curiosità lo ha spinto a conoscere, a dubitare, a credere a un Dio non umano (a differenza degli Dei norreni), ma che esiste come semplice atto di Fede.

Il punto di rottura e crisi probabilmente è segnato dalla morte dell’amico Athelstan, che lo spinge ad andare verso una religione che considera gli uomini fratelli di un unico Dio, che obbliga l’uomo a un codice morale, al rispetto, al perdono. Tutto quello che per lui era vitale, diviene poco importante perché subentra il dolore che lo spinge a riflettere e a mettere in dubbio tutto. E così la sua ricerca dall’esterno si proietta all’interno, alla scoperta nuove emozioni e valori, abbracciando così una nuova emotività, un nuovo essere, un nuovo credo basato sull’amore e la fratellanza.

E così Ragnar rinuncia al Valhalla, rinuncia a sedere al posto che gli spetta, per abbracciare una dimensione umana, dominata dal libero arbitrio e non dal volere degli Dei.

Non ho dimenticato il personaggio più figo di tutti, Lagertha. Se volete ve ne parlerò meglio più avanti.

Noemi Spasari

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